Click here to load reader

Chiunque io sia, non cercate il mio nome La domanda · PDF fileVersi oscuri e inderogabili, come la legge di un mistero eleusino, compaiono solo allo stremo dell’officina poetica

  • View
    213

  • Download
    0

Embed Size (px)

Text of Chiunque io sia, non cercate il mio nome La domanda · PDF fileVersi oscuri e inderogabili,...

74

DAMIANO SCARAMELLA

SIZIGIE SU UN VERSO DI VERR LA MORTE E AVR I TUOI OCCHIDI

CESARE PAVESE

DA LEUC AL LEUCOION VERNUM DI PASCOLI

Ehyeh asher Ehyeh

ESODO, 3,14

Chiunque io sia, non cercate il mio nome

Iscrizione sulla statua dello ierofante Apollonio, III secolo a.C.

Introduzione,ossia La domanda conclusiva

Verr la morte e avr i tuoi occhi. Ripetiamolo come

un mantra, s, come lultimo degli oracoli impossibili, il primo,

che dunque sempre accade e senza scampo. Sar [] come

vedere nello specchio / riemergere un viso morto, / come

ascoltare un labbro chiuso echeggia tra noi, per bianca

negromanzia, anche Pavese lui o la Sibilla che gli siede

accanto, la pi antica la pi feroce, quella che sempre pi ha

voglia di morire.

75

Questa divinazione di Verr la morte e avr i tuoi occhi

poesia presente nellomonima, postuma raccolta (Torino,

Einaudi 1950) , giunge da unaruspicina ctonia, primigenia:

risuon, silvestre, un giorno in una boscaglia della Beozia,

dove un cacciatore androgino (figlio forse di Cefiso, dio del

fiume, forse di Endimione, colui che concup e ingravid la

Luna: quindi da principio figlio delle maree o dellisteria

lunare) spergiur in un riflesso dacqua la creatura pi bella

che avesse mai visto e, dopo aver rifiutato infinite amanti,

recit anche lui, s, il nostro mantra: Verr la morte e avr i

tuoi occhi. Ci che conosciamo di questo per sempre

morituro, che da molto tempo chiamiamo Narciso, una favola

oscura, un monito, una pro-vocazione. La vera storia una

voce del sottobosco magico, un mistero diadrico, un secretum

che rifugge la sillaba, una bestia sanguinaria e candida che vive

solo per metamorfosi, per trasmigrazione: una bestia interiore.

(Si alza tronfio e salapuzio per la caccia un altro cacciatore: il

Conte di Kevenhller imbraccia il fucile nella Campagna e,

con occhio lacrimante, inventa una linea di mira.)

Marina Cvetaeva, poetessa russa del XX secolo, ci ha

parlato di due tipi di poeti: i poeti del fiume e i poeti del lago. I

poeti del fiume seguono un corso, camminano senza fatica per

76

ore, chilometri, giorni, si addentrano in geografie sempre

diverse, la loro poesia in perpetua trasformazione; i poeti del

lago percorrono invece una sola, divorante ossessione, un solo

tormento, perscrutato dagli infiniti punti della medesima costa

lacustre. Che poeta allora Narciso, che addirittura non pu

pi guardare ad altro, se non a una minuscola, acquitrinosa

pozza boschiva?

Ecco che subito la bestia muta forma. Non pi Narciso.

Voltiamoci, col rischio di tramutarci in sale: un poeta.

Sizigie

Viviamo per rispettare una promessa fatta da altri. Una

promessa mortifera, letale: il Demiurgo informa il mondo ma,

stremato, chiede a noi di condurlo a compimento. il

giuramento, uno dei molti, che soggiace spettralmente

allultima raccolta pavesiana, Verr la morte e avr i tuoi

occhi, l dove si raggrumano le erinni di Lavorare stanca e La

terra e la morte, ma soprattutto dei Dialoghi con Leuc, per

cui il fio da pagare per la vita una disgrazia precipitata

dallinutilit della sua creazione.

77

I versi del nostro mantra formulano la promessa nuziale

inappellabile tra luomo e la morte, questo patto dionisiaco

stretto col sangue per rispettare la promessa. Versi oscuri e

inderogabili, come la legge di un mistero eleusino, compaiono

solo allo stremo dellofficina poetica pavesiana, ma in realt ne

costituiscono una delle urgenze originali, mai abbandonata. Li

troviamo, per esempio, nei Dialoghi con Leuc, e pi

precisamente al momento in cui si racconta la storia di

Ariadne, la fanciulla abbandonata da Teseo e immortalata da

Dioniso tra le costellazioni, che Pavese fa parlare nel dialogo

La vigna:

ARIADNE: Non c un luogo solitario abbastanza che gli di

non ci vedano?

LEUCOTEA:Cara mia, ma gli dei sono il luogo, sono la

solitudine, sono il tempo che passa. Verr

Dioniso, e ti parr di essere rapita da un gran

vento, come quei turbini che passano sulle aie e

nei vigneti.

[]

78

LEUCOTEA: Anche questo un risveglio, bambina. Sar

come amare un luogo, un corso dacqua, unora

del giorno

Verr Dioniso, e ti parr di essere rapita da un gran

vento, Sar come amare un luogo, un corso dacqua, unora

del giorno. Siamo gi nella poesia del cinquanta, almeno

nellintuizione del verso. Anche la premessa (che la

promessa) e il finale si rassomigliano: il possessivo essere

rapita di Leuc diverr lavr, altrettanto possessivo, di

Verr la morte. Il vento dionisiaco inoltre un vocabolo-

cifra che percorre in lunghezza tutta la produzione poetica di

Pavese, basti pensare alle numerose ricorrenze in Lavorare

stanca, delle quali si dovr segnalare qui almeno le tre pi

vicine, significativamente, al colloquio tra Ariadne e Leucotea:

non sa nulla del vento la donna che dorme, questo vento ci

lava e da lontano nel buio sbuc questo vento in Piaceri

notturni, rispettivamente vv. 8, 11 e 15. un vento che agisce

nottetempo, con circospezione, prima di abbattersi sulla citt,

vibrando sulle pareti della casa mentre la donna oh

inconscient! dorme. Siamo nella stessa camera da letto in cui

un agevol sonno colse la donna della Sera del d di festa di

79

Giacomo Leopardi: Tu dormi []/[]e non ti morde/Cura

nessuna e ancora pochi versi sotto: Tu dormi, come ad

aggravare peso a questa imperdonabile assenza. In Piaceri

notturni per il fantasma trasmutato, non pi lo sguardo

telescopico del poeta, irrivelato, appartato: Torneremo

stanotte alla casa che dorme (v. 24); anche la scena

meteorologica cambiata, alla Dolce e chiara notte e senza

vento dove rara traluce la notturna lampa si sostituisce una

notte fatta di molte luci oscillanti e vie fredde di vento e

spalancate nel buio.

Nella raccolta La terra e la morte Dioniso era gi tornato

a cacciare: C un vento che ti giunge. / Cose secche e rimorte

/ tingombrano e vanno nel vento. Il vento si fa verticale,

una corrente ascensionale, trascinante. Ma la donna resta a

terra. In Verr la morte qualcosa cambiato: non c pi

amore alla fine della profezia, non c nessun luogo, nessun

corso dacqua, nessuna ora del giorno da amare. La non-morte

della donna, Ariadne, volont di un dio superiore, di una

mano pi forte, e per questo motivo inaccettabile. Pavese si

rimprovera continuamente di non riuscire a vincere questa

legge divina, la sua incapacit a balzare fuori da una maglia

80

rotta della rete che ci stringe, 1 come invece fa Narciso,

quando si apre quel limpidissimo passaggio ultraterreno. Il 29

novembre del 1937 (le date non vanno sottovalutate: siamo

tredici anni prima lultima raccolta poetica) Pavese scrive nel

suo Diario:

Verr la morte necessariamente, per cause

ordinarie, preparata da tutta una vita, infallibile

tant vero che sar avvenuta. Sar un fatto

naturale, come il cadere di una pioggia.

Per poi continuare:

Perch non si cerca la morte volontaria, che sia

affermazione di libera scelta, che esprima

qualcosa? Invece di lasciarsi morire?

Verr la morte necessariamente, Sar un fatto

naturale, come il cadere di una pioggia. stato necessario pi

di un decennio, per terminare una poesia che era stata prevista,

voluta, inseguita fin dallinizio, e che spesso emergeva ancora

indistinta, proteiforme, in mezzo alle infinite carte pavesiane.

1 Cfr. EUGENIO MONTALE, In limine (v. 15), in Ossi di seppia,

Milano, Mondadori 2003, p. 7.

81

Addirittura si potrebbe procedere rebours nella cronologia

fino agli anni in cui Pavese frequenta, presso lUniversit di

Torino, la Facolt di Lettere e Filosofia per trovare unaltra

poesia, datata 30 Apr 1928, che presenta gi in maniera

molto nitida i nuclei mitici di Verr la morte:

Ho trovato me stesso.

Riflesso nello specchio

Infinito, scintillante,

sto, curvo, ravvolto di fumo

e non so nemmen pi

se proprio quella unillusione

o sono io invece

la sua immagine vuota.

Tanto brusio mi si muove intorno

Ma le forme sprofondano

Nellatmosfera di cristallo,

si velano di tutta la sua luce

e son tanto lontane

che non le sento pi.

Sono solo, ricurvo,

e non soffro pi nulla.

82

Laggi, forse,

a quel me stesso pi pallido

lanima trema

di non so che dolore.

Io non soffro pi nulla.

Vedo me stesso e gli altri

contorcersi febbrili,

dentro quel cielo splendido.2

Per il primo verso non si pu che rimandare, ancora una

volta, ai Dialoghi con Leuc (daltronde non forse intenzione,

qui, dimostrare come scriveva Giovanni Pascoli nella poetica

delle Foglie gialle come tutte le poesie abbiano un legame tra

loro, e q