04 Incoronazione di Poppea 2014-15 - La Scala 2015. 1. 27.¢  Poppea, Nerone. Poppea eNerone escono al

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Text of 04 Incoronazione di Poppea 2014-15 - La Scala 2015. 1. 27.¢  Poppea, Nerone. Poppea...

  • L’incoronazione di Poppea Opera in un prologo e tre atti

    Libretto di Giovan Francesco Busenello

    Musiche attribuite a Claudio Monteverdi e Francesco Cavalli

    finale composto da Francesco Sacrati e Benedetto Ferrari

    PERSONAGGI

    La Fortuna soprano La Virtù soprano L’Amore soprano Ottone, cavaliero principalissimo alto Due Soldati tenori Poppea, dama nobilissima favorita da Nerone, che da lui viene assunta all’imperio soprano Nerone, Imperator romano soprano (tenore) Arnalta, vecchia nutrice e consigliera di Poppea alto Ottavia, Imperatrice regnante, che viene repudiata da Nerone soprano La nutrice di Ottavia Imperatrice alto (tenore) Seneca, filosofo, maestro di Nerone basso Il valletto, paggio dell’Imperatrice soprano (tenore) Drusilla, dama di corte innamorata di Ottone soprano Mercurio basso Liberto, capitano de’ la guardia de’ Pretoriani basso Famigliari di Seneca alto, tenore e basso Damigella dell’Imperatrice soprano Lucano, poeta famigliare di Nerone tenore Littore basso Consoli tenori Tribuni bassi

    Prima rappresentazione assoluta: Venezia, Teatro SS. Giovanni e Paolo - Grimani, carnevale 1643

    Collazione acritica, revisione, completamento ed edizione dei manoscritti cosidetti di Venezia e di Napoli a cura di Rinaldo Alessandrini

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    PROLOGO

    La Fortuna, la Virtù e Amore nell’aria contra- stano di superiorità, e ne riceve la preminenza Amore. Scena aerea orizzonti bassi. Fortuna, Virtù e Amor in aria sopra nuvole.

    Fortuna Deh, nasconditi, o virtù, già caduta in povertà, non creduta Deità, Nume ch’è senza tempio, Diva senza devoti, e senza altari. Disprezzata, disusata, aborrita, mal gradita, ed in mio paragon sempre schernita. Già regina, or plebea, che per comprarti gl’alimenti e le vesti i privilegi e i titoli vendesti. Ogni tuo professore, se da me sta diviso sembra un foco dipinto che nè scalda, nè splende, resta un color sepolto In penuria di luce. Chi professa virtù non speri mai di posseder ricchezza, o gloria alcuna, se protetto non è dalla fortuna.

    Virtù Deh, sommergiti, malnata, rea chimera delle genti, fatta Dea dagl’imprudenti. Io son la vera scala, per cui natura al sommo ben ascende. lo son la tramontana che sola insegno agl’intelletti umani l’arte del navigar verso l’Olimpo. Può dirsi senza adulazione alcuna il puro, incorruttibil esser mio termine convertibile con Dio: che ciò non si può dir di te, Fortuna.

    Amore Che vi credete; o Dee, divider tra di voi del mondo tutto la signoria, e ’l governo escludendone Amore, Nume ch’è d’ambe voi tanto maggiore? lo le virtudi insegno, io le fortune domo; questa bambina età vince d’antichità il tempo e ogn’altro Dio: gemelli siam l’eternitade ed io. Riveritemi, adoratemi, e di vostro sovrano il nome datemi.

    Fortuna e Virtù Uman non è, non è celeste core, che contender ardisca con Amore.

    Amore Oggi in un sol certame l’una e l’altra di voi da me abbattuta dirà, che’l mondo a’ cenni miei si muta.

    Ad un cenno di Amore il cielo svanisce.

    ATTO PRIMO

    Scena prima

    Si muta la scena nel palazzo di Poppea. Ottone, due soldati della guardia di Nerone, che dormono. Ottone, amante di Poppea, al schiarir dell’alba visita l’albergo della sua amata, esagerando le sue passioni amorose, e vedendo addormentate in strada le guardie di Nerone, che in casa di Poppea dimora in contenti, compiange le sue miserie.

    Ottone E pur io torno qui, qual linea al centro, qual foco a sfera, e qual ruscello al mar, e se ben luce alcuna non appare ahi, so ben io, che sta il mio sol qui dentro. Caro tetto amoroso, albergo di mia vita, e del mio bene, il passo, e ’l cor ad inchinarti viene. Apri un balcon, Poppea, col bel viso in cui son le sorti mie, previeni, anima mia, precorri il die. Sogni portate a volo, su l’ali vostre, in dolce fantasia questi sospir alla diletta mia. Ma che veggio, infelice? Non più fantasmi, o pur notturne larve, son questi i servi di Nerone; ahi, dunque agl’insensati venti io diffondo i lamenti. Necessito le pietre a deplorarmi. Adoro questi marmi, amoreggio con lacrime un balcone, e in grembo di Poppea dorme Nerone. Ah perfida Poppea, son queste le promesse, e i giuramenti, ch’accesero il cor mio? Questa è la fede, o Dio? lo son quell’Ottone, che ti seguì, che ti bramò, che ti servì, che t’adorò,

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    che per piegarti e intenerirti il core di lagrime imperlò prieghi devoti gli spirti a te sacrificando in voti. M’assicurasti al fine ch’abbracciate averei nel tuo bel seno le mie beatitudini amorose; io di credula speme il seme sparsi, ma l’aria, e’l cielo a’ danni miei rivolto, tempestò di ruine il mio raccolto.

    Scena seconda

    (Ottone e due soldati, che si risvegliano.

    Soldati di Nerone che si svegliano, e da' pati- menti sofferti in quella notte malediscono gl'a- mori di Poppea, e di Nerone, e mormorano del- la corte - Soldati si destano.

    Primo soldato Chi parla, chi va lì? Ohimè, ancor non è dì? Sorgono pur dell’alba i primi rai. Non ho dormito in tutta notte mai.

    Secondo soldato Camerata, che fai? Par che parli sognando! Su, risvegliati tosto, guardiamo il nostro posto.

    Primo soldato Sia maledetto Amor, Poppea, Nerone, e Roma, e la Milizia! Soddisfar io non posso alla pigrizia un giorno, un’ora sola.

    Secondo soldato La nostra Imperatrice stilla se stessa in pianti, e Neron per Poppea la vilipende. L’Armenia si ribella, ed egli non ci pensa. La Pannonia dà all’armi, ed ei se ne ride. Così per quanto io veggio, l’impero se ne va di male in peggio.

    Primo soldato Di’ pur che il prence nostro ruba a tutti per donar ad alcuni: l’innocenza va afflitta, e i scellerati stan sempre a man dritta.

    Secondo soldato Sol del pedante Seneca si fida. Primo soldato Di quel vecchio rapace?

    Secondo soldato Di quel volpon sagace!

    Primo soldato Di quel reo cortigiano, che fonda il suo guadagno, sul tradire il compagno.

    Secondo soldato Di quell’empio architetto, che si fa casa sui sepolcri altrui...

    Primo soldato Non ridir quel che diciamo, nel fidarti va’ scaltro. Se gl’occhi non si fidan l’un dell’altro, e però nel guardar van sempre insieme:

    Primo, Secondo soldato Impariamo dagl’occhi, a non trattar da sciocchi. Ma già s’imbianca l’alba e vien il dì; tacciam, Nerone è qui.

    Scena terza

    Poppea, Nerone.

    Poppea e Nerone escono al far del giorno amo- rosamente abbracciati, prendendo commiato l’uno dall’altro con tenerezze affettuose.

    Poppea Signor, deh, non partire, sostien che queste braccia ti circondino il collo, come le tue bellezze circondano il cor mio.

    Nerone Poppea, lascia ch’io parta.

    Poppea Non partire, Signor, deh non partire. Appena spunta l’alba, e tu che sei l’incarnato mio sole, la mia palpabil luce, e l’amoroso dì de la mia vita, vuoi sì repente far da me partita? Deh non dir di partir, che di voce sì amara a un solo accento, ahi perir, ahi spirar quest’alma io sento.

    Nerone La nobiltà de nascimenti tuoi non permette che Roma sappia che siamo uniti, in sin che...

  • Poppea In sin che?

    Nerone ... in sin ch’Ottavia non rimane esclusa col repudio da me.

    Poppea Vanne, ben mio.

    Nerone In un sospir che vien dal profondo del cor, includo un bacio, o cara, ed un addio. Ci rivedrem ben tosto, idolo mio.

    Poppea Signor, sempre mi vedi, anzi mai non mi vedi. Perché s’è ver, che nel tuo cor io sia entro al tuo sen celata, non posso da’ tuoi lumi esser mirata.

    Nerone Adorati miei rai, deh restatevi omai. Rimanti, o mia Poppea, cor, vezzo, e luce mia.

    Poppea Deh, non dir di partir, che di voce sì amara a un solo accento, ahi perir, ahi mancar quest’alma io sento.

    Nerone Non temer, tu stai meco a tutte l’ore: splendor negl’occhi, e deità nel core. Se ben io vo, pur teco io sto. Il cor dalle tue stelle mai, mai non si disvelle. Io non posso da te viver disgiunto se non si smembra la unità dal punto.

    Poppea Tornerai?

    Nerone Tornerò.

    Poppea Quando?

    Nerone Ben tosto.

    Poppea Ben tosto, me’I prometti?

    Nerone Te’l giuro.

    Poppea E me l’osserverai?

    Nerone E se a te non verrò, tu a me verrai.

    Poppea Addio Nerone, addio.

    Nerone Poppea, Poppea addio.

    Poppea Addio Nerone, addio. •

    Nerone Addio Poppea, ben mio.

    Scena quarta

    Poppea, Arnalta.

    Poppea con Arnalta, vecchia sua consigliera, di- scorre della speranza sua alle grandezze; Arnal- ta la documenta, e ammaestra a non fidarsi tanto de’ grandi, né di confidar tanto nella For- tuna.

    Poppea Speranza, tu mi vai il cor accarezzando. Speranza tu mi vai il genio lusingando, e mi circondi intanto di regio sì, ma immaginario manto. No, no, non temo, no, di noia alcuna, per me guerreggia Amor, e la Fortuna.

    Arnalta Ah! figlia, voglia il cielo, che questi abbracciamenti non siano un giorno i precipizi tuoi.

    Poppea No, no, non temo, no, di noia alcuna.

    ArnaIta L’Imperatrice Ottavia ha penetrati di Neron gli amori, ond’io pavento e temo ch’ogni giorno, ogni punto sia di tua vita il giorno, il punto estremo.

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    La pratica coi regi è perigliosa, l’amor e l’odio non han forza in essi: sono gli affetti lor puri interessi. Se Neron t’ama, è mera cortesia, s’ei t’abbandona non ten’ puoi dolere: per minor mal ti converrà tacere. Perdi l’onor con dir: Neron mi gode. Son inutili i vizi ambiziosi! Mi piaccion più i peccati fruttuosi. Con lui tu non puoi mai trattar del pari. E se le nozze hai per oggetto e fine,