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  • Gli Etruschi presso gli Umbri e viceversa FRANCESCO RONCALLI

    Quando ho compreso che l’invito a presentare e presiedere questo incontro in realtà includeva e celava quello, più impegnativo, ad entrare direttamente nel merito del tema prescelto, ho pensato che la sola cosa – e la più onesta - da fare fosse raccogliere alcune mie osservazioni e riflessioni maturate lungo l’arco di quasi mezzo secolo di dimestichezza con la materia e provare a ordinarle secondo il filo logico più rispondente alle intenzioni del committente. Cominciando dal titolo. Perché la prossimità geografica fra Etruschi e Umbri ha per l’appunto i connotati, ab origine, di un vicinato attivo in entrambe le direzioni – non è sempre così anche tra popoli confinanti – ben oltre la sfera del semplice scambio commerciale. È il “padre” della storiografia occidentale, Erodoto, a dircelo con parole che il titolo che ho scelto non fa che parafrasare e integrare, nel celebre passo delle Storie (I, 94) in cui racconta di come i Lidi, in cerca di nuove terre spinti da una prolungata carestia, dopo lunga navigazione approdarono “presso gli Umbri” e vi si stabilirono fondandovi le loro città. Della realtà e antichità di questo incontro le testimonianze archeologiche sono ormai molteplici: ma alcune di queste, pur cronologicamente pertinenti ai tempi che chiamiamo “storici”, sembrano, per loro natura, in grado di risospingerlo indietro, ben oltre la soglia segnata dalla conoscenza e dall’uso della scrittura presso entrambe quelle civiltà. Tra le prime e più significative vi è quella offertaci da una serie di piatti di impasto rosso, prodotti a Cerveteri nel VII sec. a.C., di provenienza tombale, corredati da scritte indicanti il nome del proprietario nonché quello che in etrusco designava il tipo di vaso cui furono apposte: “spanti”, dunque equivalente appunto al nostro “piatto” (fig. 1). Il termine ricorre identico nella Tavola Iguvina IV, 2 (fig. 2), dove designa la superficie piana dell’altare sul quale si compiono le azioni rituali prescritte. A dispetto della seriorità del documento umbro rispetto a quelli etruschi, e pur prescindendo da considerazioni linguistiche, che si tratti di un termine umbro importato in Etruria e non viceversa, è confermato sia dalla ben attestata propensione etrusca ad importare il “bene” – materiale o immateriale: un oggetto, un personaggio del mito, un costume – unitamente al nome che lo designa “alla fonte” (basta pensare alla serie di nomi di vasi pertinenti al simposio che l’Etruria ha attinto al lessico greco, certo “convogliati” dalla importazione dalla Grecia di quel costume), sia dal fatto che il carattere eminentemente religioso (dove le tradizioni sono gelosissime) dell’oggetto del culto che il termine designa non è compatibile con una sua estrazione esotica, profana e “minore”, chiamato com’è a indicare nientemeno che una parte dell’altare (alla cui “mensa” mai potrebbe applicarsi il termine “piatto”, né al “calice” quello di “bicchiere”!). Il fatto dunque sembra accreditare il mondo umbro di un prestigio in materia religiosa che non può essersi limitato all’accoglimento isolato di una parola: e sappiamo bene che quella religiosa non è componente secondaria del profilo culturale etrusco quale lo vedevano e definivano le civiltà contemporanee. Che del resto proprio in questo campo l’Etruria possa fornire riscontri archeologici concreti a prassi rituali condivise con gli Umbri, lo mostra con grande evidenza il caso del noto “altarino” in pietra rinvenuto nel santuario della necropoli orvietana della Cannicella (fig. 3), le cui caratteristiche sia strutturali che formali lo indicano funzionale ad atti rituali che si compivano sia al di sopra che al di sotto di esso, destinati pertanto, presumibilmente, sia a divinità uranie che ctonie: ciò che richiama direttamente – anche per le modeste dimensioni - proprio quell’ereçlo- (“arula, altarino” appunto) menzionato nella medesima Tavola (IV, 17, 19), “sotto” e “sopra” il quale (supu e super rispettivamente) il sacerdote officiante era chiamato a compiere, inginocchiato (kunikaz), operazioni cultuali distinte.

    Ma Erodoto, in quel celebre passo, ci dice anche dell’altro: “… e lì costruirono le loro città, che abitano tuttora”. Non avrebbe certo mancato di dire, se del caso, che si era trattato di una conquista o occupazione di città umbre da parte degli Etruschi, visto che comunque era là, “presso gli Umbri”, ch’essi si erano insediati. Ma no: le città, come lui le vede, sono una novità, una creatura dei Tirreni, cioè etrusca. Non dobbiamo chiedere a Erodoto quello che non gli interessa di dire: e cioè che anche gli Umbri conoscevano insediamenti stabili, anche cospicui, entro strutture verosimilmente edificate e comunità organizzate: ai suoi occhi il modus habitandi etrusco è incentrato su di un rapporto stabile e strutturato città-territorio, mentre quello umbro evoca ai suoi occhi un orizzonte culturale pre-urbano, caratterizzato da mobilità agricolo-pastorale e colorato, si direbbe, come vedremo, dall’esotismo dei “popoli dell’interno”. Di una alterità, appunto, che assume i connotati espliciti della superiorità etrusca (esaltata dalla interpretatio greca) e dell’esotismo umbro ci parla un cratere corinzio conservato al Louvre, rinvenuto in una tomba di Cerveteri e databile entro il primo quarto del VI sec. a.C. (figg. 4a-b), su una faccia del quale è rappresentato un episodio di chiaro sapore farsesco che vede un attore con maschera di satiro danzare mentre un altro suona gli aulòi, e due altri ancora, intenti a trasportare (rubare?) un’anfora di vino, sono minacciati da un personaggio anch’esso a suo modo mascherato (da un gigantesco fallo) che li minaccia armato di due bastoni. Ebbene: le dramatis personae sono così denominate dalle scritte che corredano il quadretto: la coppia musico/danzatore “Buontempone” (Eunos), la coppia di ladruncoli “Filantropo” (Ophelandros); e il minaccioso e superdotato guastafeste? “Umbro” (Omriqòs). Dove il conseguito status evidentemente servile è corredato, nel racconto greco-etrusco, di tratti peculiari o mostruosi, quasi associando il nostro (esperto guardiano?) a creature malnote o leggendarie come Pigmei, Sciapodi, Blemmi, Antipodi… Anche sull’altra faccia del vaso ci vengono riproposti l’esotico e il gigantesco. Ma qui il gigante è un personaggio di rango, che giace a terra, forse ferito e fatto prigioniero insieme al suo sodale che, le caviglie chiuse e legate entro pesanti anelli, lo accudisce passandogli il cibo imbandito per lui e recatogli da una donna, in un ambiente che una serie di crateri impilati qualifica come una cantina. E come la funzione del luogo collega il tema a quello della opposta faccia del vaso (che, ricordiamo, è esso stesso un cratere!), così anche quel nobile prigioniero e il suo “attendente” – che dritti in piedi sovrasterebbero dell’intero busto la statura della donna – potrebbero condividere le origini di quel guardiano, o comunque ricondursi ad esse: se è vero che le strane “gabbie” in cui ci appaiono chiuse le teste dei due prigionieri trovano l’unico riscontro archeologico disponibile in quelle, di ferro, che ricoprono – senza tuttavia avvolgerle interamente – la testa di due personaggi, un uomo e una donna, sepolti nella necropoli ternana di S. Pietro in Campo-ex Poligrafico Alterocca, riportati in luce dagli scavi che la Soprintendenza archeologica per l’Umbria vi ha condotto tra il 1996 e il 1999 (fig. 5). Quale che ne fosse la vera natura e funzione (forse soltanto funeraria), è possibile che il ricordo del singolarissimo costume invalso tra gli Umbri Nahartes nel VII sec. a.C. sia pervenuto, deformato e promosso a connotato “etnico”, all’orecchio del ceramografo greco, magari per il tramite del ricco committente ceretano? Ma ascoltiamo altre voci. Anche Dionisio di Alicarnasso, nelle sue Antichità Romane (I, 20, 4), ci parla, pure a distanza di quattro secoli e nel quadro di un racconto diverso, di una sovrapposizione dei Pelasgi (poi Tirreni-Etruschi) sugli Umbri. Dunque anche qui la presenza umbra è vista precedere quella etrusca: ma il quadro incomincia a farsi variegato. Perché qui gli Umbri una loro “grande città” l’avevano: Cortona, prima che i Pelasgi la conquistassero; ma annotiamo il fatto che, pur essendo, i secondi, sospinti da fame di terra, la ricchezza di Cortona è connotata soprattutto da ricchi pascoli (eubòtos chòra), ciò che ben si attaglia al profilo economico e

    culturale che conosciamo peculiare delle genti che gravitavano attorno alla dorsale appenninica. Notiamo anche che, “prima della città” la presenza degli Umbri (gens antiquissima Italiae secondo Plinio, anzi “antidiluviani” secondo una pseudo-etimologia greca del loro nome ch’egli annota!) spinge le proprie tracce anche a occidente del Tevere e che, una volta assestatesi le due etnìe – etrusca e umbra - nelle rispettive sedi storiche, si delineano marginali e assidui conflitti (menzionati anch’essi da Plinio, Nat. Hist., III 14-15, e da Strabone, Geografia, V I 10) che, non spostando sostanzialmente il confine consolidato, sanno più di reciproche scorrerie e sconfinamenti che di vere e proprie migrazioni e conquiste. È forse appunto una di queste fortunate imprese quella che un illustre etrusco di Perugia, agli inizi del V sec. a.C., celebra tra le res gestae proprie o, più probabilmente, di un proprio avo, addirittura dettandola a una rinomata bottega di Chiusi come tema da raffigurare sulla fronte del proprio sarcofago, rinvenuto in una tomba della necropoli dello Sperandio, a settentrione della città (fig. 6). Qui la conqu

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