Appunti di Economia politica 2013 .Appunti delle lezioni di ... Tali Appunti integrano ma non sostituiscono

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APPUNTI DI

ECONOMIA POLITICA

Appunti delle lezioni di

Fondamenti di Economia politica

di Emiliano Brancaccio

Facolt di Scienze economiche e aziendali

Universit del Sannio

QUARTA VERSIONE

Marzo 2013

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Questi Appunti rappresentano sbobinamenti e stralci dalle lezioni di Fondamenti di Economia politica del prof. Emiliano Brancaccio, coadiuvato dal dott. Domenico Suppa. Gli Appunti potrebbero contenere alcuni refusi e imprecisioni. Tali Appunti integrano ma non sostituiscono i manuali di riferimento Scoprire la macroeconomia e Anti-Blanchard. Ai fini dellesame, opportuno rispettare questa sequenza nellapprendimento: in primo luogo studiare i capitoli 1, 2 e 3 degli Appunti di Economia politica; quindi studiare il manuale Scoprire la macroeconomia, affiancato dal capitolo 4 di questi Appunti e dal manuale Anti-Blanchard.

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INDICE

1. CENNI DI STORIA DELLECONOMIA POLITICA

1.1 Un approccio critico alla economia politica 1.2 Gli economisti classici 1.3 Karl Marx 1.4 Lapproccio neoclassico-marginalista 1.5 La Grande Crisi e Keynes 1.6 La Sintesi neoclassica e il nuovo mainstream 1.7 Per una critica della teoria economica mainstream

2. ELEMENTI DI TEORIA CLASSICA E MARXIANA

2.1 Il teorema della mano invisibile di Smith 2.2 Il teorema dei vantaggi comparati di Ricardo 2.3 La condizione di riproducibilit nei classici e in Marx

3. MICROECONOMIA E MACROECONOMIA NEOCLASSICA

3.1 La teoria neoclassica della scelta razionale individuale: il caso del

consumatore 3.2 Il vincolo di bilancio del consumatore 3.3 Utilit, ordinamento delle preferenze e curve di indifferenza 3.4 La scelta del consumatore 3.5 La curva di domanda individuale 3.6 Il surplus del consumatore 3.7 La variazione della domanda individuale rispetto al reddito 3.8 Dalla curva di domanda individuale alla curva di domanda di mercato 3.9 La teoria neoclassica dell'impresa 3.10 La massimizzazione del profitto dell'impresa 3.11 L'impresa in concorrenza perfetta 3.12 Rappresentazione grafica dell'equilibrio ottimale dell'impresa 3.13 Domanda, offerta ed equilibrio del mercato di concorrenza perfetta 3.14 L'elasticit della domanda rispetto al prezzo 3.15 Monopolio e oligopolio

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3.16 Dalla microeconomia alla macroeconomia neoclassica 3.17 La domanda di lavoro 3.18 Lofferta di lavoro 3.19 Lequilibrio del mercato del lavoro 3.20 Dal mercato del lavoro al mercato dei beni 3.21 La teoria quantitativa della moneta 3.22 Il sistema di equazioni del modello macroeconomico neoclassico 3.23 La crisi di fiducia secondo i neoclassici

4. DISPENSE INTEGRATIVE DEL MANUALE DI BLANCHARD

4.1 Una specificazione del modello di determinazione della produzione 4.2 Il paradosso del risparmio 4.3 Spesa pubblica, tassazione e teorema di Haavelmo 4.4 Il finanziamento del disavanzo pubblico e il Trattato di Maastricht 4.5 La politica monetaria e il Trattato di Maastricht 4.6 Politica monetaria e speculazione 4.7 Politica monetaria, movimenti di capitale e Tobin tax 4.8 Lo spread, questo sconosciuto

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I

CENNI DI STORIA

DELLECONOMIA POLITICA

1.1 Un approccio critico alla economia politica Perch alcuni paesi hanno visto crescere il loro reddito pi rapidamente di altri? Per quale motivo negli ultimi trentanni abbiamo assistito a una caduta della quota di reddito nazionale spettante ai lavoratori salariati? E vero che la diffusione dei contratti precari ha contribuito a ridurre la disoccupazione? Quali sono le cause della crisi economica mondiale esplosa nel 2008? Perch la crisi ha colpito in misura particolarmente accentuata i paesi della cosiddetta zona euro? Per uscire dalla crisi occorre affidarsi alle forze spontanee del mercato o c bisogno di un maggiore intervento dello Stato nelleconomia? Leconomia politica prova a rispondere a queste e a molte altre domande. Si tratta di questioni cruciali, che riguardano il vissuto quotidiano della stragrande maggioranza della popolazione, e dalle quali in larga misura scaturiscono le condizioni del benessere collettivo. A questo tipo di domande si risponde spesso con dei luoghi comuni. Per esempio, un convincimento diffuso che gli Stati Uniti rappresentino il paese del sogno americano, dove anche la persona pi umile, se sufficientemente abile e volenterosa, pu raggiungere le pi alte vette della scala sociale. Ma le cose stanno davvero cos? Il grafico posto qui di seguito mostra i tassi di immobilit sociale calcolati dallOCSE per alcuni paesi. La misura rappresenta in un certo senso un indice della probabilit che pu avere un individuo di situarsi in una posizione sociale analoga a quella della famiglia di origine. Essa cio misura il peso della classe sociale di provenienza sui destini di ciascun individuo. Pi alto lindice, pi probabile che un figlio, al di l dei meriti individuali, si ritrovi nella stessa posizione sociale dei genitori: il figlio di operai diventa operaio, il figlio di professionisti diventa professionista. Ebbene, contrariamente ai luoghi comuni sul sogno americano, si pu notare che gli Stati Uniti si caratterizzano per un

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elevato tasso di immobilit sociale. Peggio degli USA fanno soltanto il Regno Unito e, purtroppo, lItalia.

Un altro tipico luogo comune quello secondo cui il Nord Europa pi produttivo perch si lavora di pi, mentre nel Sud Europa mancherebbe una cultura del lavoro. Abbiamo pi volte ascoltato questa opinione nei dibattiti sulla crisi dellUnione monetaria europea. Ma quali sono i dati effettivi? Il grafico seguente riporta i dati OCSE 2008 sul numero medio annuo di ore di lavoro procapite in vari paesi. Ebbene, interessante notare che mentre un lavoratore tedesco eroga in media 1430 ore annue, un lavoratore italiano ne fa registrare 1802, e un greco arriva addirittura a 2120 ore annue. Evidentemente, quindi, le divergenze economiche tra i paesi del Nord e i paesi del Sud Europa che si sono verificate in questi anni, non si spiegano con il maggiore o minore carico annuo di ore erogate dai rispettivi lavoratori.

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Sempre riguardo alla crisi che lEuropa sta attraversando, si dice spesso che essa dipesa dal fatto che per lungo tempo alcuni paesi hanno fatto registrare deficit pubblici annuali eccessivi rispetto alla produzione nazionale, e quindi hanno accumulato debiti pubblici troppo elevati. Il riferimento ai paesi che oggi si trovano pi in difficolt: Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna (i famigerati P.I.I.G.S., secondo una poco lusinghiera definizione di Business Week). In realt, se guardiamo i dati riportati nella seguente tabella, questi paesi non presentano affatto delle similitudini dal punto di vista dei deficit e dei debiti pubblici. Nel 2007, prima che la crisi scoppiasse, la situazione dei loro bilanci pubblici era molto diversificata. E vero, per esempio, che la Grecia presentava un alto deficit e un alto debito pubblico. Ma altrettanto vero che Spagna e Irlanda facevano registrare addirittura un surplus annuale di bilancio pubblico e che il debito pubblico che avevano accumulato era molto basso. LItalia, dal canto suo, presentava s un alto debito pubblico ma faceva anche registrare un deficit pubblico annuale relativamente contenuto. Evidentemente, la crisi in cui questi cinque paesi versano non si pu imputare a un problema di deficit e debiti pubblici alti. Si potrebbe obiettare che nel 2010 tutti i paesi considerati presentavano alti deficit pubblici e debiti pubblici in rapida crescita, ma questo fenomeno pu esser considerato una conseguenza della crisi, non una causa. Quale pu essere allora un elemento di fragilit che accomunava tali nazioni prima della crisi? Ebbene, se guardiamo nuovamente i dati, possiamo notare che tutti questi paesi presentavano nel 2007 una tendenza ad importare pi merci di quante ne esportassero, e quindi ad accumulare deficit verso lestero. Ma il deficit estero corrisponde ai debiti, non solo pubblici ma anche privati, che ogni anno un paese contrae verso il resto del mondo per importare beni e servizi eccedenti rispetto a quelli esportati. Si tratta di una cosa molto diversa dal deficit pubblico, che corrisponde invece alleccesso di spesa del settore pubblico rispetto alle entrate fiscali.

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Un'altra idea piuttosto diffusa che le difficolt dellItalia dipenderebbero da una eccessiva presenza del settore pubblico allinterno delleconomia. Troppi dipendenti pubblici, troppa spesa sanitaria pubblica, e cos via. In base a questa opinione, vi chi propone di ridurre le assunzioni pubbliche e di privatizzare il settore sanitario ed altri servizi attualmente erogati dallo Stato. In realt, come spesso accade, i dati rivelano una situazione pi controversa. E pur vero che in alcuni settori e in alcune zone i servizi pubblici nazionali risultano scarsamente efficienti e con personale eccedente. Ma altrettanto vero che in molti altri settori dello Stato il problema esattamente opposto: pochi finanziamenti e poco personale rispetto alle esigenze del servizio. Le difficolt dunque sembrano derivare da una errata allocazione delle risorse, non da un eccesso di risorse erogate. Del resto, sul piano quantitativo, se messa a confronto con altri paesi avanzati, lItalia si caratterizza per un numero non particolarmente elevato di dipendenti pubblici in rapporto alla popolazione attiva e per una bassa spesa sanitaria in rapporto alla produzione nazionale. Si vedano in tal senso i seguenti grafici:

Unaltra idea ricorrente in questi anni stata quella secondo cui rendere pi facili i licenziamenti indurrebbe le imprese ad assumere pi lavoratori e quindi contribuirebbe a ridurre la disoccupazione. I dati OCSE tuttavia non confermano questa opinione. Il grafico seguente riporta sull