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Antologia Op. Grande biblioteca della letteratura italiana ACTA G. D’Anna Thèsis Zanichelli Luigi Pirandello

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Luigi Pirandello

Antologia

Op. Grande biblioteca della letteratura italiana ACTA G. DAnna Thsis Zanichelli

Edizioni di riferimento G. Bicci - M. Romanelli, Letteratura italiana, 8/Il Novecento, Firenze, G. DAnna Design Graphiti, Firenze Impaginazione Thsis, Firenze-Milano

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SommarioComico e umoristico .................................... 5 Le novelle La giara .......................................................... 7 Una giornata ................................................ 16 La rallegrata ................................................. 23 Luomo solo ................................................ 28 Il treno ha fischiato... ................................... 35 Volare .......................................................... 41 La veste lunga .............................................. 50 Il fu Mattia Pascal ............................................. 61 Premessa (Capitolo I) .................................. 61 Premessa seconda (filosofica) a mo di scusa (Capitolo II) .......................... 63 La casa e la talpa (Capitolo III) ..................... 66 Il ritorno di Mattia (Capitolo XVIII) ........... 74 Quaderni di Serafino Gubbio operatore ............ 77 Civilt delle macchine (I, capitoli I e II)....... 77 Uno, nessuno e centomila ................................. 82 Mia moglie e il mio naso (I, capitolo I) ........ 82 E il vostro naso? (I, capitolo II) ................... 85 Bel modo desser soli! (I, capitolo III) ......... 88 Fuga da se stesso (I, capitolo IV) .................. 90 Lumie di Sicilia (commedia in un atto) ............. 93 Il dovere del medico (un atto) ......................... 112 Laltro figlio ................................................... 127 Luomo dal fiore in bocca ............................... 143 Sei personaggi in cerca di autore ...................... 152 I personaggi si presentano al capocomico . 152 La patente ...................................................... 157

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Comico e umoristico

Vediamo dunque, senzaltro, qual il processo da cui risulta quella particolar rappresentazione che si suol chiamare umoristica: se questa ha peculiari caratteri che la distinguono, e da che derivano: se vi un particolar modo di considerare il mondo, che costituisce appunto la materia e la ragione dellumorismo. Ordinariamente, ho gi detto altrove, e qui m forza ripetere lopera darte creata dal libero movimento della vita interiore che organa le idee e le immagini in una forma armoniosa, di cui tutti gli elementi han corrispondenza tra loro e con lidea madre che le coordina. La riflessione, durante la concezione, come durante lesecuzione dellopera darte, non resta certamente inattiva: assiste al nascere e al crescere dellopera, ne segue le fasi progressive e ne gode, raccosta i varii elementi, li coordina, li compara. La coscienza non rischiara tutto lo spirito; segnatamente per lartista essa non un lume distinto dal pensiero, che permetta alla volont di attingere in lei come in un tesoro dimmagini e didee. La coscienza, in somma, non una potenza creatrice, ma lo specchio interiore in cui il pensiero si rimira; si pu dire anzi chessa sia il pensiero che vede s stesso, assistendo a quello che esso fa spontaneamente. E, dordinario, nellartista, nel momento della concezione, la riflessione si nasconde, resta, per cos dire, invisibile: , quasi, per lartista una forma del sentimento. Man mano che lopera si fa, essa la critica, non freddamente, come farebbe un giudice spassionato, analizzandola; ma dun tratto, merc limpressione che ne riceve. Questo, ordinariamente. Vediamo adesso se, per la natural disposizione danimo di quegli scrittori che si chiamano umoristi e per il particolar modo che essi hanno di intuire e di considerar gli uomini e la vita, questo stesso procedimento avviene nella concezione delle loro opere, se cio la riflessione vi tenga la parte che abbiamo or ora descritto, o non vi assuma piuttosto una speciale attivit. Ebbene, noi vedremo che nella concezione di ogni opera umoristica, la riflessione non si nasconde, non resta invisibile, non resta cio una forma del sentimento, quasi uno specchio in cui il sentimento si rimira; ma gli si pone innanzi, da giudice; lo analizza, spassionandosene: ne scompone limmagine; da questa analisi per, da questa scomposizione, un altro sentimento sorge o spira: quello che potrebbe chiamarsi, e che io difatti chiamo il sentimento del contrario. Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata dabiti giovaOp. Grande biblioteca della letteratura italiana ACTA G. DAnna Thsis Zanichelli

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nili. Mi metto a ridere. Avverto che quella vecchia signora il contrario di ci che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere. Posso cos, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa impressione comica. Il comico appunto un avvertimento del contrario. Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse nessun piacere a pararsi cos come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perch pietosamente singanna che, parata cos, nascondendo cos le rughe e la canizie, riesca a trattenere a s lamore del marito molto pi giovane di lei, ecco che io non posso pi riderne come prima, perch appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, pi addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed tutta qui la differenza tra il comico e lumoristico.Da: Luigi Pirandello, Lumorismo, parte seconda, a cura di A. Ghidetti, Giunti, Firenze, 1994

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Le novelle

La giara

La giaraPiena anche per gli olivi quellannata. Piante massaje, cariche lanno avanti, avevano raffermato tutte, a dispetto della nebbia che le aveva oppresse sul fiorire. Lo Zirafa, che ne aveva un bel giro nel suo podere delle Quote a Primosole, prevedendo che le cinque giare vecchie di coccio smaltato che aveva in cantina non sarebbero bastate a contener tutto lolio della nuova raccolta, ne aveva ordinata a tempo una sesta pi capace a Santo Stefano di Camastra, dove si fabbricavano: alta a petto duomo, bella panciuta e maestosa, che fosse delle altre cinque la badessa. Neanche a dirlo, aveva litigato anche col fornaciajo di l per questa giara. E con chi non lattaccava Don Loll Zirafa? Per ogni nonnulla, anche per una pietruzza caduta dal murello di cinta, anche per una festuca di paglia, gridava che gli sellassero la mula per correre in citt a fare gli atti. Cos, a furia di carta bollata e donorarii agli avvocati, citando questo, citando quello e pagando sempre le spese per tutti, sera mezzo rovinato. Dicevano che il suo consulente legale, stanco di vederselo comparire davanti due o tre volte la settimana, per levarselo di torno, gli aveva regalato un libricino come quelli da messa: il codice, perch ci si scapasse a cercare da s il fondamento giuridico alle liti che voleva intentare. Prima, tutti coloro con cui aveva da dire, per prenderlo in giro gli gridavano: Sellate la mula! Ora, invece: Consultate il calepino! E Don Loll rispondeva: Sicuro, e vi fulmino tutti, figli dun cane! Quella bella giara nuova, pagata quattronze ballanti e sonanti, in attesa del posto da trovarle in cantina, fu allogata provvisoriamente nel palmento. Una giara cos non sera mai veduta. Allogata in quellantro intanfato di mosto e di quellodore acre e crudo che cova nei luoghi senzaria e senza luce, faceva pena. Da due giorni era cominciata labbacchiatura delle olive, e Don Loll era su tutte le furie perch, tra gli abbacchiatori e i mulattieri venuti con le mule cariche di concime da depositare a mucchi su la costa per la favata della nuova stagione, non sapeva pi come spartirsi, a chi badar prima. E bestemmiava come un turco e minacciava di fulminare questi e quelli, se unoliva, che fosse unoliva, gli fosse mancata, quasi le avesse prima contate tutte a una a una sugli alberi; o se non fosse ogni mucchio di concime della stessa misura

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Le novelle

degli altri. Col cappellaccio bianco, in maniche di camicia, spettorato, affocato in volto e tutto sgocciolante di sudore, correva di qua e di l, girando gli occhi lupigni e stropicciandosi con rabbia le guance rase, su cui la barba prepotente rispuntava quasi sotto la raschiatura del rasojo. Ora, alla fine della terza giornata, tre dei contadini che avevano abbacchiato, entrando nel palmento per deporvi le scale e le canne, restarono alla vista della bella giara nuova, spaccata in due, come se qualcuno, con un taglio netto, prendendo tutta lampiezza della pancia, ne avesse staccato tutto il lembo davanti. Guardate! guardate! Chi sar stato? Oh, mamma mia! E chi lo sente ora Don Loll? La giara nuova, peccato! Il primo, pi spaurito di tutti, propose di raccostar subito la porta e andare via zitti zitti, lasciando fuori, appoggiate al muro, le scale e le canne. Ma il secondo: Siete pazzi? Con don Loll? Sarebbe capace di credere che glielabbiamo rotta noi. Fermi qua tutti! Usc davanti al palmento e, facendosi portavoce delle mani, chiam: Don Loll! Ah, Don Lolloo! Eccolo l sotto la costa con gli scaricatori del concime: gesticolava al solito furiosamente, dandosi di tratto in tratto con ambo le mani una rincalcata al cappellaccio bianco. Arrivava talvolta, a forza di quelle rincalcate, a non poterselo pi strappare dalla nuca e dalla fronte. Gi nel cielo si spegnevano gli ultimi fuochi del crepuscolo, e tra la pace che scendeva su la campagna con le ombre della sera e la dolce frescura, avventavano i gesti di quelluomo sempre infuriato. Don Loll! Ah, Don Lolloo! Quando venne su e vide lo scempio, parve volesse impazzire. Si scagli prima contro quei tre; ne afferr uno per la gola e lo impicc al muro gridando: Sangue della Madonna, me la pagherete! Afferrato a sua volta dagli altri due, stravolti nelle facce terrigne e bestiali, rivolse contro se stesso la rabbia furibonda, sbatacchi a terra il cappellaccio, si percosse le guance, pestando i piedi e sbraitando a modo di quelli che piangono un parente morto:

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Le novelle

La giara nuova! Quattronze di giara! Non incignata ancora! Voleva sapere chi glielavesse rotta! Possibile che si fosse rotta da s? Qualcuno per forza doveva averla rotta, per infamit o per invidia! Ma quando? Ma come? Non gli si vedeva segno di violenza! Che fosse arrivata rotta dalla fabbrica? Ma che! Sonava come una campana! Appena i contadini videro che la prima furia gli era caduta, cominciarono ad esortarlo a calmarsi. La giara si poteva sanare. Non era poi rotta malamente. Un pezzo solo. Un bravo conciabrocche lavrebbe rimessa su, nuova. Cera giusto Zi Dima Licasi, che aveva scoperto un mastice miracoloso, di cui serbava gelosamente il segreto: un mastice, che neanche il martello ci poteva, quando aveva fatto presa. Ecco, se don Loll voleva, domani, alla punta dellalba, Zi Dima Licasi sarebbe venuto l e, in quattro e quattrotto, la giara, meglio di prima. Don Loll diceva di no, a quelle esortazioni: chera tutto inutile; che non cera pi rimedio; ma alla fine si lasci persuadere, e il giorno appresso, allalba, puntuale, si present a Primosole Zi Dima Licasi con la cesta degli attrezzi dietro le spalle. Era un vecchio sbilenco, dalle giunture storpie e nodose, come un ceppo antico di olivo saraceno. Per cavargli una parola di bocca ci voleva luncino. Mutria o tristezza radicate in quel suo corpo deforme; o anche sconfidenza che nessuno potesse capire e apprezzare giustamente il suo merito dinventore non ancora patentato. Voleva che parlassero i fatti, Zi Dima Licasi. Doveva poi guardarsi davanti e dietro, perch non gli rubassero il segreto. Fatemi vedere codesto mastice gli disse per prima cosa Don Loll, dopo averlo squadrato a lungo con diffidenza. Zi Dima neg col capo, pieno di dignit. Allopera si vede. Ma verr bene? Zi Dima pos a terra la cesta; ne cav un grosso fazzoletto di cotone rosso, logoro e tutto avvoltolato; prese a svolgerlo pian piano, tra lattenzione e la curiosit di tutti, e quando alla fine venne fuori un pajo docchiali col sellino e le stanghette rotte e legate con lo spago, lui sospir e gli altri risero. Zi Dima non se ne cur; si pul le dita prima di pigliare gli occhiali; se li inforc; poi si mise a esaminare con molta gravit la giara tratta sullaja. Disse: Verr bene.

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Le novelle

Col mastice solo per mise per patto lo Zirafa non mi fido. Ci voglio anche i punti. Me ne vado rispose senzaltro Zi Dima, rizzandosi e rimettendosi la cesta dietro le spalle. Don Loll lo acchiapp per un braccio. Dove? Messere e porco, cos trattate? Ma guarda un po che arie da Carlomagno! Scannato miserabile e pezzo dasino, ci devo metter olio, io, l dentro, e lolio trasuda! Un miglio di spaccatura, col mastice solo? Ci voglio i punti. Mastice e punti. Comando io. Zi Dima chiuse gli occhi, strinse le labbra e scosse il capo. Tutti cos! Gli era negato il piacere di fare un lavoro pulito, filato coscienziosamente a regola darte, e di dare una prova della virt del suo mastice. Se la giara disse non suona di nuovo come una campana... Non sento niente, lo interruppe Don Loll. I punti! Pago mastice e punti. Quanto vi debbo dare? Se col mastice solo... Czzica che testa! esclam lo Zirafa. Come parlo? Vho detto che ci voglio i punti. Cintenderemo a lavoro finito: non ho tempo da perdere con voi. E se ne and a badare ai suoi uomini. Zi Dima si mise allopera gonfio dira e di dispetto. E lira e il dispetto gli crebbero ad ogni foro che praticava col trapano nella giara e nel lembo spaccato per farvi passare il fil di ferro della cucitura. Accompagnava il frullo della saettella con grugniti a mano a mano pi frequenti e pi forti; e il viso gli diventava pi verde dalla bile e gli occhi pi aguzzi e accesi di stizza. Finita quella prima operazione, scagli con rabbia il trapano nella cesta; applic il lembo staccato alla giara per provare se i fori erano a egual distanza e in corrispondenza tra loro, poi con le tenaglie fece del fil di ferro tanti pezzetti quanti erano i punti che doveva dare, e chiam per ajuto uno dei contadini che abbacchiavano. Coraggio, Zi Dima! gli disse quello, vedendogli la faccia alterata. Zi Dima alz la mano a un gesto rabbioso. Apr la scatola di latta che conteneva il mastice, e lo lev al cielo, scotendolo, come per offrirlo a Dio, visto che gli uomini non volevano riconoscerne le virt: poi col dito cominci a spalmarlo tuttin giro al lembo staccato e lungo la spaccatura; prese le tenaglie e i pezzetti di fil di ferro preparati avanti, e si cacci dentro la pancia

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Le novelle

aperta della giara, ordinando al contadino di applicare il lembo alla giara, cos come aveva fatto lui pocanzi. Prima di cominciare a dare i punti: Tira! disse dallinterno della giara al contadino. Tira con tutta la tua forza! Vedi se si stacca pi? Malanno a chi non ci crede! Picchia, picchia! Suona, si o no, come una campana anche con me qua dentro? Va, va a dirlo al tuo padrone! Chi sopra comanda, Zi Dima, sospir il contadino e chi sotto si danna! Date i punti, date i punti. E Zi Dima si mise a far passare ogni pezzetto di fil di ferro attraverso i due fori accanto, luno di qua e laltro di l della saldatura; e con le tanaglie ne attorceva i due capi. Ci volle unora a passarli tutti. I sudori, gi a fontana, dentro la giara. Lavorando, si lagnava della sua mala sorte. E il contadino, di fuori, a confortarlo. Ora ajutami a uscirne, disse alla fine Zi Dima. Ma quanto larga di pancia, tanto quella giara era stretta di collo. Zi Dima, nella rabbia, non ci aveva fatto caso. Ora, prova e riprova, non trovava pi il modo di uscirne. E il contadino invece di dargli ajuto, eccolo l, si torceva dalle risa. Imprigionato, imprigionato l, nella giara da lui stesso sanata e che ora non cera via di mezzo per farlo uscire, doveva essere rotta daccapo e per sempre. Alle risa, alle grida, sopravvenne Don Loll. Zi Dima, dento la giara, era come un gatto inferocito. Fatemi uscire! urlava . Corpo di Dio, voglio uscire! Subito! Datemi ajuto! Don Loll rimase dapprima come stordito. Non sapeva crederci. Ma come? l dentro? s cucito l dentro? Saccost alla giara e grid al vecchio: Ajuto? E che ajuto posso darvi io? Vecchiaccio stolido, ma come? non dovevate prender prima le misure? Su, provate: fuori un braccio... cos! e la testa... su... no, piano! Che! gi... aspettate! cos no! gi, gi... Ma come avete fatto? E la giara, adesso? Calma! Calma! Calma! si mise a raccomandare tuttintorno, come se la calma stessero per perderla gli altri e non lui. Mi fuma la testa! Calma! Questo caso nuovo... La mula! Picchi con le nocche delle dita su la giara. Sonava davvero come una campana. Bella! Rimessa a nuovo... Aspettate! disse al prigioniero. Va a

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Le novelle

sellarmi la mula! ordin al contadino; e, grattandosi con tutte le dita la fronte, seguit a dire tra s: Ma vedete un po che mi capita! Questa non giara! quest ordigno del diavolo! Fermo! Fermo l! E accorse a regger la giara, in cui Zi Dima, furibondo, si dibatteva come una bestia in trappola. Caso nuovo, caro mio, che deve risolvere lavvocato! Io non mi fido. La mula! La mula! Vado e torno, abbiate pazienza! Nellinteresse vostro... Intanto, piano! calma! Io mi guardo i miei. E prima di tutto, per salvare il mio diritto, faccio il mio dovere. Ecco: vi pago il lavoro, vi pago la giornata. Cinque lire. Vi bastano? Non voglio nulla! grid Zi Dima. Voglio uscire. Uscirete. Ma io, intanto, vi pago. Qua, cinque lire. Le cav dal taschino del panciotto e le butt nella giara. Poi domand, premuroso: Avete fatto colazione? Pane e companatico, subito! Non ne volete? Buttatelo ai cani! A me basta che ve labbia dato. Ordin che gli si dsse; mont in sella, e via di galoppo per la citt. Chi lo vide, credette che andasse a chiudersi da s in manicomio, tanto e in cos strano modo gesticolava. Per fortuna, non gli tocc di fare anticamera nello studio dellavvocato; ma gli tocc dattendere un bel po, prima che questo finisse di ridere, quando gli ebbe esposto il caso. Delle risa si stizz. Che c da ridere, scusi? A vossignoria non brucia! La giara mia! Ma quello seguitava a ridere e voleva che gli rinarrasse il caso comera stato, per farci su altre risate. Dentro, eh? Sera cucito dentro? E lui, don Loll che pretendeva? Te... tene... tenerlo l dentro... ah ah ah... ohi ohi ohi... tenerlo l dentro per non perderci la giara? Ce la devo perdere? domand lo Zirafa con le pugna serrate. Il danno e lo scorno? Ma sapete come si chiama questo? gli disse infine lavvocato. Si chiama sequestro di persona! Sequestro? E chi lha sequestrato? esclam lo Zirafa. Si sequestrato lui da s! Che colpa ne ho io? Lavvocato allora gli spieg che erano due casi. Da un canto, lui, Don Loll, doveva subito liberare il prigioniero per non rispondere di sequestro di persona; dallaltro il conciabrocche doveva rispondere del danno che veniva a cagionare con la sua imperizia o con la sua storditaggine.

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Le novelle

Ah! rifiat lo Zirafa. Pagandomi la giara! Piano! osserv lavvocato. Non come se fosse nuova, badiamo! E perch? Ma perch era rotta, oh bella! Rotta? Nossignore. Ora sana. Meglio che sana, lo dice lui stesso! E se ora torno a romperla, non potr pi farla risanare. Giara perduta, signor avvocato! Lavvocato gli assicur che se ne sarebbe tenuto conto, facendogliela pagare per quanto valeva nello stato in cui era adesso. Anzi gli consigli fatela stimare avanti da lui stesso. Bacio le mani disse Don Loll, andando via di corsa. Di ritorno, verso sera, trov tutti i contadini in festa attorno alla giara abitata. Partecipava alla festa anche il cane di guardia, saltando e abbajando. Zi Dima sera calmato, non solo, ma aveva preso gusto anche lui alla sua bizzarra avventura e ne rideva con la gajezza mala dei tristi. Lo Zirafa scost tutti e si sporse a guardare dentro la giara. Ah! Ci stai bene? Benone. Al fresco rispose quello. Meglio che a casa mia. Piacere. Intanto ti avverto che questa giara mi cost quattronze nuova. Quanto credi che possa costare adesso? Come me qua dentro? domand Zi Dima. I villani risero. Silenzio! grid lo Zirafa. Delle due luna: o il tuo mastice serve a qualche cosa, o non serve a nulla: se non serve a nulla tu sei un imbroglione; se serve a qualche cosa, la giara, cos com, deve avere il suo prezzo. Che prezzo? Stimala tu. Zi Dima rimase un pezzo a riflettere, poi disse: Rispondo. Se lei me lavesse fatta conciare col mastice solo, comio volevo, io, prima di tutto, non mi troverei qua dentro, e la giara avrebbe su per gi lo stesso prezzo di prima. Cos conciata con questi puntacci, che ho dovuto darle per forza di qua dentro, che prezzo potr avere? Un terzo di quanto valeva, s e no. Un terzo? domand lo Zirafa. Unonza e trentatr? Meno s, pi no. Ebbene, disse Don Loll. Passi la tua parola, e dammi unonza e trentatr.

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Le novelle

Che? fece Zi Dima, come se non avesse inteso. Rompo la giara per farti uscire, rispose Don Loll e tu, dice lavvocato, me la paghi per quanto lhai stimata: unonza e trentatr. Io pagare? sghignazz Zi Dima. Vossignoria scherza! Qua dentro ci faccio i vermi. E, tratta di tasca con qualche stento la pipetta intartarita, laccese e si mise a fumare, cacciando il fumo per il collo della giara. Don Loll ci rest brutto. Questaltro caso, che Zi Dima ora non volesse pi uscire dalla giara, n lui n lavvocato lavevano previsto. E come si risolveva adesso? Fu l l per ordinare di nuovo: La mula, ma pens che era gi sera. Ah, s disse. Tu vuoi domiciliare nella mia giara? Testimonii tutti qua! Non vuole uscirne lui, per non pagarla; io sono pronto a romperla! Intanto, poich vuole stare l, domani io lo cito per alloggio abusivo e perch mi impedisce luso della giara. Zi Dima cacci prima fuori unaltra boccata di fumo, poi rispose placido: Nossignore. Non voglio impedirle niente, io. Sto forse qua per piacere? Mi faccia uscire, e me ne vado volentieri. Pagare... neanche per ischerzo, vossignoria! Don Loll, in un impeto di rabbia, alz un piede per avventare un calcio alla giara; ma si trattenne; la abbranc invece con ambo le mani e la scroll tutta, fremendo. Vede che mastice? gli disse Zi Dima. Pezzo da galera! rugg allora lo Zirafa. Chi lha fatto il male, io o tu? E devo pagarlo io? Muori di fame l dentro! Vediamo chi la vince! E se ne and, non pensando alle cinque lire che gli aveva buttate la mattina dentro la giara. Con esse, per cominciare, Zi Dima pens di far festa quella sera coi contadini che, avendo fatto tardi per quello strano accidente, rimanevano a passare la notte in campagna, allaperto, su laja. Uno and a far le spese in una taverna l presso. A farlo apposta, cera una luna che pareva fosse raggiornato. A una certora don Loll, andato a dormire, fu svegliato da un baccano dinferno. Saffacci a un balcone della cascina, e vide su laja, sotto la luna, tanti diavoli; i contadini ubriachi che, presisi per mano, ballavano attorno alla giara. Zi Dima, l dentro, cantava a squarciagola.

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Questa volta non pot pi reggere, Don Loll: si precipit come un toro infuriato e, prima che quelli avessero tempo di pararlo, con uno spintone mand a rotolare la giara gi per la costa. Rotolando, accompagnata dalle risa degli ubriachi, la giara and a spaccarsi contro un olivo. E la vinse Zi Dima.Da: Luigi Pirandello, Novelle per un anno, Roma, Newton Compton, 1994

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Una giornata

La signora Frola e il signor Ponza, suo generoMa insomma, ve lo figurate? c da ammattire sul serio tutti quanti a non poter sapere chi tra i due sia il pazzo, se questa signora Frola o questo signor Ponza, suo genero. Cose che capitano soltanto a Valdana, citt disgraziata, calamita di tutti i forestieri eccentrici! Pazza lei o pazzo lui; non c via di mezzo: uno dei due devesser pazzo per forza. Perch si tratta niente meno che di questo... Ma no, meglio esporre prima con ordine. Sono, vi giuro, seriamente costernato dellangoscia in cui vivono da tre mesi gli abitanti di Valdana, e poco mimporta della signora Frola e del signor Ponza, suo genero. Perch, se vero che una grave sciagura loro toccata, non men vero che uno dei due, almeno, ha avuto la fortuna dimpazzirne e laltro lha ajutato, seguita ad ajutarlo cos che non si riesce, ripeto, a sapere quale dei due veramente sia pazzo; e certo una consolazione meglio di questa non se la potevano dare. Ma dico di tenere cos, sotto questincubo, unintera cittadinanza, vi par poco? togliendole ogni sostegno al giudizio, per modo che non possa pi distinguere tra fantasma e realt. Unangoscia, un perpetuo sgomento. Ciascuno si vede davanti, ogni giorno, quei due; li guarda in faccia; sa che uno dei due pazzo; li studia, li squadra, li spia e, niente! non poter scoprire quale dei due; dove sia il fantasma, dove la realt. Naturalmente, nasce in ciascuno il sospetto pernicioso che tanto vale allora la realt quanto il fantasma, e che ogni realt pu benissimo essere un fantasma e viceversa. Vi par poco? Nei panni del signor Prefetto, io darei senzaltro, per la salute dellanima degli abitanti di Valdana, lo sfratto alla signora Frola e al signor Ponza, suo genero. Ma procediamo con ordine. Questo signor Ponza arriv a Valdana or sono tre mesi, segretario di prefettura. Prese alloggio nel casone nuovo alluscita del paese, quello che chiamano il Favo. L. Allultimo piano, un quartierino. Tre finestre che danno su la campagna, alte, tristi (ch la facciata di l, allaria di tramontana, su tutti quegli orti pallidi, chi sa perch, bench nuova, s tanto intristita) e tre finestre interne, di qua, sul cortile, ove gira la ringhiera del ballatojo diviso da tramezzi a grate. Pendono da quella ringhiera, lass lass, tanti panierini pronti a esser calati col cordino a un bisogno. Nello stesso tempo, per, con maraviglia di tutti, il signor Ponza fiss nel centro della citt, e propriamente in Via dei Santi n. 15, un altro quartierino

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Le novelle

mobigliato6 di tre camere e cucina. Disse che doveva servire per la suocera, signora Frola. E difatti questa arriv cinque o sei giorni dopo; e il signor Ponza si rec ad accoglierla, lui solo, alla stazione e la condusse e la lasci l, sola. Ora, via, si capisce che una figliuola, maritandosi, lasci la casa della madre per andare a convivere col marito, anche in unaltra citt; ma che questa madre poi, non reggendo a star lontana dalla figliuola, lasci il suo paese, la sua casa, e la segua, e che nella citt dove tanto la figliuola quanto lei sono forestiere vada ad abitare in una casa a parte, questo non si capisce pi facilmente; o si deve ammettere tra suocera e genero una cos forte incompatibilit da rendere proprio impossibile la convivenza, anche in queste condizioni. Naturalmente a Valdana dapprima si pens cos. E certo chi scapit per questo nellopinione di tutti fu il signor Ponza. Della signora Frola, se qualcuno ammise che forse doveva averci anche lei un po di colpa, o per scarso compatimento o per qualche caparbiet o intolleranza, tutti considerarono lamore materno che la traeva appresso alla figliuola, pur condannata a non poterle vivere accanto. Gran parte ebbe in questa considerazione per la signora Frola e nel concetto che subito del signor Ponza simpresse nellanimo di tutti, che fosse cio duro, anzi crudele, anche laspetto dei due, bisogna dirlo. Tozzo, senza collo, nero come un africano, con folti capelli ispidi su la fronte bassa, dense e aspre sopracciglia giunte, grossi mustacchi lucidi da questurino, e negli occhi cupi, fissi, quasi senza bianco, unintensit violenta, esasperata, a stento contenuta, non si sa se di doglia tetra o di dispetto della vista altrui, il signor Ponza non fatto certamente per conciliarsi la simpatia o la confidenza. Vecchina gracile, pallida, invece la signora Frola, dai lineamenti fini, nobilissimi, e unaria malinconica, ma duna malinconia senza peso, vaga e gentile, che non esclude laffabilit con tutti. Ora di questa affabilit, naturalissima in lei, la signora Frola ha dato subito prova in citt, e subito per essa nellanimo di tutti cresciuta lavversione per il signor Ponza; giacch chiaramente apparsa a ognuno lindole di lei, non solo mite, remissiva, tollerante, ma anche piena dindulgente compatimento per il male che il genero le fa; e anche perch s venuto a sapere che non basta al signor Ponza relegare in una casa a parte quella povera madre, ma spinge la crudelt fino a vietarle anche la vista della figliuola.

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Se non che, non crudelt, non crudelt, protesta subito nelle sue visite alle signore di Valdana la signora Frola, ponendo le manine avanti, veramente afflitta che si possa pensar questo di suo genero. E saffretta a decantarne tutte le virt, a dirne tutto il bene possibile e immaginabile; quale amore, quante cure, quali attenzioni egli abbia per la figliuola, non solo, ma anche per lei, s, s, anche per lei; premuroso, disinteressato... Ah, non crudele, no, per carit! C solo questo: che vuole tutta, tutta per s la mogliettina, il signor Ponza, fino al punto che anche lamore, che questa deve avere (e lammette, come no?) per la sua mamma, vuole che le arrivi non direttamente, ma attraverso lui, per mezzo di lui, ecco. S, pu parere crudelt, questa, ma non : unaltra cosa, unaltra cosa chella, la signora Frola, intende benissimo e si strugge di non sapere esprimere. Natura, ecco... ma no, forse una specie di malattia... come dire? Dio mio, basta guardarlo negli occhi. Fanno in prima una brutta impressione, forse, quegli occhi; ma dicono tutto a chi, come lei, sappia leggere in essi: la pienezza chiusa, dicono, di tutto un mondo damore in lui, nel quale la moglie deve vivere senza mai uscirne minimamente, e nel quale nessun altro, neppure la madre, deve entrare. Gelosia? S, forse; ma a voler definire volgarmente questa totalit esclusiva damore. Egoismo? Ma un egoismo che si d tutto, come un mondo, alla propria donna! Egoismo, in fondo, sarebbe forse quello di lei a voler forzare questo mondo chiuso damore, a volervisi introdurre per forza, quandella sa che la figliuola felice, cos adorata... Questo a una madre pu bastare! Del resto, non mica vero chella non la veda, la sua figliuola. Due o tre volte al giorno la vede: entra nel cortile della casa; suona il campanello e subito la sua figliuola saffaccia di lass. Come stai Tildina? Benissimo, mamma. Tu? Come Dio vuole, figliuola mia. Gi, gi il panierino! E nel panierino, sempre due parole di lettera, con le notizie della giornata. Ecco, le basta questo. Dura ormai da quattranni questa vita, e ci s abituata la signora Frola. Rassegnata, s. E quasi non ne soffre pi. Com facile intendere, questa rassegnazione della signora Frola, questabitudine chella dice daver fatto al suo martirio, ridondano a carico del signor Ponza, suo genero, tanto pi, quanto pi ella col suo lungo discorso si affanna a scusarlo.

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Con vera indignazione perci, e anche dir con paura, le signore di Valdana che hanno ricevuto la prima visita della signora Frola, accolgono il giorno dopo lannunzio di unaltra visita inattesa, del signor Ponza, che le prega di concedergli due soli minuti dudienza, per una doverosa dichiarazione, se non reca loro incomodo. Affocato in volto, quasi congestionato, con gli occhi pi duri e pi tetri che mai, un fazzoletto in mano che stride per la sua bianchezza, insieme coi polsini e il colletto della camicia, sul nero della carnagione, del pelame e del vestito, il signor Ponza, asciugandosi di continuo il sudore che gli sgocciola dalla fronte bassa e dalle gote raschiose e violacee, non gi per il caldo, ma per la violenza evidentissima dello sforzo che fa su se stesso e per cui anche le grosse mani dalle unghie lunghe gli tremano; in questo e in quel salotto, davanti a quelle signore che lo mirano quasi atterrite, domanda prima se la signora Frola, sua suocera, stata a visita da loro il giorno avanti; poi, con pena, con sforzo, con agitazione di punto in punto crescenti, se ella ha parlato loro della figliuola e se ha detto chegli le vieta assolutamente di vederla e di salire in casa sua. Le signore, nel vederlo cos agitato, com facile immaginare, saffrettano a rispondergli che la signora Frola, s, vero, ha detto loro di quella proibizione di veder la figlia, ma anche tutto il bene possibile e immaginabile di lui, fino a scusarlo, non solo, ma anche a non dargli nessunombra di colpa per quella proibizione stessa. Se non che, invece di quietarsi, a questa risposta delle signore, il signor Ponza si agita di pi; gli occhi gli diventano pi duri, pi fissi, pi tetri; le grosse gocciole di sudore pi spesse; e alla fine, facendo uno sforzo ancor pi violento su se stesso, viene alla sua dichiarazione doverosa. La quale questa, semplicemente: che la signora Frola, poveretta, non pare, ma pazza. Pazza da quattro anni, s. E la sua pazzia consiste appunto nel credere che egli non voglia farle vedere la figliuola. Quale figliuola? morta, morta da quattro anni la figliuola; e la signora Frola, appunto per il dolore di questa morte, impazzita; per fortuna, impazzita, s, giacch la pazzia stata per lei lo scampo dal suo disperato dolore. Naturalmente non poteva scamparne, se non cos, cio credendo che non sia vero che la sua figliuola morta e che sia lui, invece, suo genero, che non vuole pi fargliela vedere. Per puro dovere di carit verso uninfelice, egli, il signor Ponza, seconda

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da quattro anni, a costo di molti e gravi sacrifici, questa pietosa follia: tiene, con dispendio superiore alle sue forze, due case: una per s, una per lei; e obbliga la sua seconda moglie, che per fortuna caritatevolmente si presta volentieri, a secondare anche lei questa follia. Ma carit, dovere, ecco, fino a un certo punto: anche per la sua qualit di pubblico funzionario, il signor Ponza non pu permettere che si creda di lui, in citt, questa cosa crudele e inverosimile: chegli cio, per gelosia o per altro, vieti a una povera madre di vedere la propria figliuola. Dichiarato questo, il signor Ponza sinchina innanzi allo sbalordimento delle signore, e va via. Ma questo sbalordimento delle signore non ha neppure il tempo di scemare un po, che rieccoti la signora Frola con la sua aria dolce di vaga malinconia a domandare scusa se, per causa sua, le buone signore si sono prese qualche spavento per la visita del signor Ponza, suo genero. E la signora Frola, con la maggior semplicit e naturalezza del mondo, dichiara a sua volta, ma in gran confidenza, per carit! poich il signor Ponza un pubblico funzionario, e appunto per questo ella la prima volta s astenuta dal dirlo, ma s, perch questo potrebbe seriamente pregiudicarlo nella carriera; il signor Ponza, poveretto ottimo, ottimo inappuntabile segretario alla prefettura, compto, preciso in tutti i suoi atti, in tutti i suoi pensieri, pieno di tante buone qualit il signor Ponza, poveretto, su questunico punto non... non ragiona pi; ecco; il pazzo lui, poveretto; e la sua pazzia consiste appunto in questo: nel credere che sua moglie sia morta da quattro anni e nellandar dicendo che la pazza lei, la signora Frola che crede ancora viva la figliuola. No, non lo fa per coonestare in certo qual modo innanzi agli altri quella sua gelosia quasi maniaca e quella crudele proibizione a lei di veder la figliuola, no; crede, crede sul serio il poveretto che sua moglie sia morta e che questa che ha con s sia una seconda moglie. Caso pietosissimo! Perch veramente col suo troppo amore questuomo rischi in prima di distruggere, duccidere la giovane moglietta delicatina, tanto che si dovette sottrargliela di nascosto e chiuderla a insaputa di lui in una casa di salute. Ebbene, il poveruomo, a cui gi per quella frenesia damore sera anche gravemente alterato il cervello, ne impazz; credette che la moglie fosse morta davvero: e questa idea gli si fiss talmente nel cervello, che non ci fu pi verso di levargliela, neppure quando, ritornata dopo circa un anno florida come prima, la moglietta gli fu ripresentata. La credette unaltra; tanto che si dovette con lajuto di tutti, parenti e amici, simulare un secondo matrimonio, che gli ha ridato pienamente lequilibrio delle facolt mentali.

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Ora la signora Frola crede daver qualche ragione di sospettare che da un pezzo suo genero sia del tutto rientrato in s e chegli finga, finga soltanto di credere che sua moglie sia una seconda moglie, per tenersela cos tutta per s, senza contatto con nessuno, perch forse tuttavia di tanto in tanto gli balena la paura che di nuovo gli possa esser sottratta nascostamente. Ma s. Come spiegare, se no, tutte le cure, le premure che ha per lei, sua suocera, se veramente egli crede che una seconda moglie quella che ha con s? Non dovrebbe sentire lobbligo di tanti riguardi per una che, di fatto, non sarebbe pi sua suocera, vero? Questo, si badi, la signora Frola lo dice, non per dimostrare ancor meglio che il pazzo lui; ma per provare anche a se stessa che il suo sospetto fondato. E intanto, conclude con un sospiro che su le labbra le satteggia in un dolce mestissimo sorriso, intanto la povera figliuola mia deve fingere di non esser lei, ma unaltra; e anchio sono obbligata a fingermi pazza credendo che la mia figliuola sia ancora viva. Mi costa poco, grazie a Dio, perch l, la mia figliuola, sana e piena di vita; la vedo, le parlo; ma sono condannata a non poter convivere con lei, e anche a vederla e a parlarle da lontano, perch egli possa credere, o fingere di credere che la mia figliuola, Dio liberi, morta e che questa che ha con s una seconda moglie. Ma torno a dire, che importa se con questo siamo riusciti a ridar la pace a tutti e due? So che la mia figliuola adorata, contenta; la vedo; le parlo; e mi rassegno per amore di lei e di lui a vivere cos e a passare anche per pazza, signora mia, pazienza... Dico, non vi sembra che a Valdana ci sia proprio da restare a bocca aperta, a guardarci tutti negli occhi, come insensati? A chi credere dei due? Chi il pazzo? Dov la realt? dove il fantasma? Lo potrebbe dire la moglie del signor Ponza. Ma non c da fidarsi se, davanti a lui, costei dice desser seconda moglie; come non c da fidarsi se, davanti alla signora Frola, conferma desserne la figliuola. Si dovrebbe prenderla a parte e farle dire a quattrocchi la verit. Non possibile. Il signor Ponza sia o no lui il pazzo realmente gelosissimo e non lascia veder la moglie a nessuno. La tiene lass, come in prigione, sotto chiave; e questo fatto senza dubbio in favore della signora Frola; ma il signor Ponza dice che costretto a far cos, e che sua moglie stessa anzi glielo impone, per paura che la signora Frola non le entri in casa allimprovviso. Pu essere una scusa. Sta anche di fatto che il signor Ponza non tiene neanche una serva in casa. Dice

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che lo fa per risparmio, obbligato com a pagar laffitto di due case; e si sobbarca intanto a farsi da s la spesa giornaliera; e la moglie, che a suo dire non la figlia della signora Frola, si sobbarca anche lei per piet di questa, cio duna povera vecchia che fu suocera di suo marito, a badare a tutte le faccende di casa, anche alle pi umili, privandosi dellajuto duna serva. Sembra a tutti un po troppo. Ma anche vero che questo stato di cose, se non con la piet, pu spiegarsi con la gelosia di lui. Intanto, il signor Prefetto di Valdana s contentato della dichiarazione del signor Ponza. Ma certo laspetto e in gran parte la condotta di costui non depongono in suo favore, almeno per le signore di Valdana pi propense tutte quante a prestar fede alla signora Frola. Questa, difatti, viene premurosa a mostrar loro le letterine affettuose che le cala gi col panierino la figliuola, e anche tantaltri privati documenti, a cui per il signor Ponza toglie ogni credito, dicendo che le sono stati rilasciati per confortare il pietoso inganno. Certo questo, a ogni modo: che dimostrano tutte due, luno per laltra, un meraviglioso spirito di sacrifizio, commoventissimo; e che ciascuno ha per la presunta pazzia dellaltro la considerazione pi squisitamente pietosa. Ragionano tutte due a meraviglia; tanto che a Valdana non sarebbe mai venuto in mente a nessuno di dire che luno dei due era pazzo, se non lavessero detto loro: il signor Ponza della signora Frola, e la signora Frola del signor Ponza. La signora Frola va spesso a trovare il genero alla Prefettura per aver da lui qualche consiglio, o lo aspetta alluscita per farsi accompagnare in qualche compera: e spessissimo, dal canto suo, nelle ore libere e ogni sera il signor Ponza va a trovare la signora Frola nel quartierino mobigliato; e ogni qual volta per caso luno simbatte nellaltra per via, subito con la massima cordialit si mettono insieme; egli le d la destra e, se stanca, le porge il braccio, e vanno cos, insieme, tra il dispetto aggrondato e lo stupore e la costernazione della gente che li studia, li squadra, li spia e, niente!, non riesce ancora in nessun modo a comprendere quale sia il pazzo dei due, dove sia il fantasma, dove la realt.Da: Luigi Pirandello, Novelle per un anno, vol. II, Mondadori, Milano, 1957

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La rallegrata

I tre pensieri della sbiobbinaBene, fino a nove anni: nata bene, cresciuta bene. A nove anni, come se il destino avesse teso dallombra una manaccia invisibile e glielavesse imposta sul capo: Fin qua! , Clementina, tutta un tratto, aveva fatto il groppo. L, a poco pi dun metro da terra. I medici, eh! subito, con la loro scienza, avevano compreso che non sarebbe cresciuta pi. Linfatico, cachessia, rachitide... Bravi! Farlo intendere alle gambe, adesso, al busto di Clementina, che non si doveva pi crescere! Busto e gambe, dacch, nascendo, ci serano messi, avevano voluto crescere per forza, senza sentir ragione. Non potendo per lungo, sotto lorribile violenza di quella manaccia che schiacciava, serano ostinati a crescere di traverso: sbieche, le gambe; il busto, aggobbito, davanti e dietro. Pur di crescere... Che non crescono forse cos, del resto, anche certi alberelli, tutti a nodi e a sproni e a giunture storpie? Cos. Con questa differenza per: che lalberello, intanto, non ha occhi per vedersi, cuore per sentire, mente per pensare; e una povera sbiobbina, s; che lalberello storpio non , che si sappia, deriso da quelli dritti, malvisto per paura del malocchio, sfuggito dagli uccellini; e una povera sbiobbina, s, dagli uomini, e sfuggita anche dai fanciulli; e che lalberello infine non deve fare allamore, perch fiorisce a maggio da s, naturalmente, cos tutto storpio com, e dar in autunno i suoi frutti; mentre una povera sbiobbina... L, via, era una cosa riuscita male, e che non si poteva rimediare in alcun modo. Chi scrive una lettera, se non gli vien bene, la strappa e la rif da capo. Ma una vita? Non si pu mica rifar da capo, a strapparla una volta, la vita. E poi, Dio non vuole. Quasi quasi verrebbe voglia di non crederci, in Dio, vedendo certe cose. Ma Clementina ci credeva. E ci credeva appunto perch si vedeva cos. Quale altra spiegazione migliore di questa, di tutto quel gran male che, innocente, senzalcuna sua colpa, le toccava soffrire per tutta, tutta la vita, che una sola, e che lei doveva passar tutta, tutta cos, come fosse una burla, uno scherzo, compatibile s e no per un minuto solo e poi basta? Poi dritta, su, svelta, agile, alta, e via tutta quella oppressione... Ma che! Sempre cos. Dio, eh? Dio era chiaro aveva voluto cos, per un suo fine segreto. Bisognava far finta di crederci, per carit; ch altrimenti Clementina si sarebbe disperata. Spiegandoselo cos, invece, lei poteva anche considerare come

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un bene tutto il suo gran male: un bene sommo e glorioso. Di l, sintende. In cielo. Che bella angeletta sar poi in cielo Clementina! Ed ecco, ella sorride talvolta, camminando, alla gente che la guarda per istrada. Pare voglia dire: Non mi deridete, via! perch, vedete? ne sorrido io per la prima. Sono fatta cos; non mi son fatta da me; Dio lha voluto; e dunque non ve naffliggete neppure, come non me naffliggo io, perch, se lha voluto Dio, lo so sicuro che una ricompensa, poi, me la dar!. Del resto, le gambe, tanto tanto non pajono, sotto la veste. Dio solo sa quanto peni Clementina a farle andare, quelle gambe. E tuttavia sorride. La pena anche accresciuta dallo studio chella pone a non barellare tanto, per non dar troppo nellocchio alla gente. Passare inosservata non potrebbe. Sbiobbina . Ma via, andando cos, con una certa lestezza, e poi modesta, e poi sorridendo... Qualcuno per, a quando a quando, si dimostra crudele: la osserva, magari col volto atteggiato di compassione, e le torna poco dopo davanti dallaltro lato, quasi volesse a tutti i costi rendersi conto di comella faccia con quelle gambe ad andare. Clementina, vedendo che col suo solito sorriso non riesce a disarmare quella curiosit spietata, arrossisce dalla stizza, abbassa il capo; talvolta, perdendo il dominio di s, per poco non inciampa, non rotola gi per terra; e allora, arrabbiata, quasi quasi si tirerebbe su la veste e griderebbe a quel crudele: Eccoti qua: vedi? E ora lasciami fare la sbiobbina in pace. In questo quartiere non ancora conosciuta. Clementina ha cambiato casa da poche settimane. Dove stava prima, era conosciuta da tutti; e nessuno pi la molestava. Sar cos, tra breve, anche qua. Ci vuol pazienza! Lei molto contenta della nuova casa, che sorge in una piazzetta quieta e pulita. Lavora da mane a sera, con gentilezza e maestria, di scatolette e sacchettini per nozze e per nascite. La sorella (ha una sorella, Clementina, che si chiama Lauretta, minore di cinque anni: ma... diritta lei, eh altro! e svelta e tanto bella, bionda, florida) lavora da modista in una bottega: va ogni mattina, alle otto; rincasa la sera, alle sette. Fra loro, le due sorelle si son fatte da mamma a vicenda; Clementina, prima, a Lauretta; ora Lauretta, invece, a Clementina, quantunque minore det. Ma se questa, per la disgrazia, rimasta come una ragazzina di dieci anni!... Lauretta ha acquistato invece tanta esperienza della vita! Se non ci fosse lei...

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Spesso Clementina sta ad ascoltarla a bocca aperta. Ges, Ges... che cose! E capisce, ora, che con que due poveri piedi sbiechi non potr mai entrare nel mondo misterioso, che Lauretta le lascia intravedere. Non ne prova invidia, per: s un timor vago e come un intenerimento angoscioso, di piet per s. Lauretta, un giorno o laltro, si lancer in quel mondo fatto per lei; e come rester, allora, la povera Clementina? Ma Lauretta lha rassicurata, le ha giurato che non labbandoner mai, anche se le avverr di prender marito. E Clementina ora pensa a questo futuro marito di Lauretta. Chi sar? Come si conosceranno? Per via, forse. Egli la guarder, la seguir; poi, qualche sera la fermer. E che si diranno? Ah come devesser buffo, fare allamore. Con gli occhi invagati, seduta innanzi al tavolino presso la finestra, Clementina, cos fantasticando, non sa risolversi a metter mano al lavoro apparecchiato sul piano del tavolino. Guarda fuori... Che guarda? C un giovine, un bel giovine biondo, coi capelli lunghi e la barbetta alla nazarena13, seduto a una finestra della casa dirimpetto, coi gomiti appoggiati sul davanzale e la testa tra le mani. Possibile? Gli occhi di quel giovine sono fissi su lei, con una intensit strana. Pallido... Dio, com pallido! devesser malato. Clementina lo vede adesso per la prima volta, a quella finestra. Ed ecco, egli seguita a guardare... Clementina si turba; poi sospira e si rinfranca. Il primo pensiero che le viene in mente questo: Non guarda me! . Se Lauretta fosse in casa, lei penserebbe che quel giovine... Ma Lauretta non mai in casa, di giorno. Forse alla finestra del quartierino accanto sar affacciata qualche bella ragazza, con cui quel giovine fa allamore. Ma si direbbe proprio chegli guarda qua, chegli guarda lei. Con quegli occhi? Via, impossibile! Oh, che! Ha fatto un cenno, quel giovine, con la mano: come un saluto! A lei? No, no! Ci sar senza dubbio qualcuna affacciata. E Clementina si fa alla finestra, monta su lo sgabelletto che sta l apposta per lei, e senza parere guarda alla finestra accanto e poi allaltra appresso... guarda gi, alla finestra del piano di sotto, poi a quella del piano di sopra... Non c nessuno! Timidamente, volge di sfuggita uno sguardo al giovine, ed ecco... un altro cenno di saluto, a lei, proprio a lei... ah, questa volta non c pi dubbio!

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Clementina scappa dalla finestra, scappa dalla stanza, col cuore in tumulto. Che sciocca! Ma uno sbaglio, certamente... Quel giovine l devessere miope. Chi sa per chi lavr scambiata... Forse per Lauretta? Ma s! Forse avr seguito Lauretta per via; avr saputo che lei abita qua, dirimpetto a lui... Ma, altro che miope, allora! Devesser cieco addirittura... Eppure, non porta occhiali. S, Clementina non brutta, di faccia: somiglia veramente un po alla sorella; ma il corpo! Forse, chi sa! vedendola seduta, l davanti al tavolino, col cuscino sotto, egli avr potuto avere, cos da lontano, lillusione di veder Lauretta al lavoro. Quella sera stessa ne domanda alla sorella. Ma questa casca dalle nuvole. Che giovine? Sta l, dirimpetto. Non te ne sei accorta? Io, no. Chi ? Clementina glielo descrive minutamente; e Lauretta allora le dichiara di non saperne nulla, di non averlo mai incontrato, mai veduto, n da vicino n da lontano. Il giorno appresso, da capo. Egli l, nello stesso atteggiamento, coi gomiti sul davanzale e il bel capo biondo tra le mani; e la guarda, la guarda come il giorno avanti, con quella strana intensit nello sguardo. Clementina non pu sospettare che quel giovine, il quale appare tanto, tanto triste, si voglia pigliare il gusto di beffarsi di lei. A che scopo? Ella una povera disgraziata, che non potrebbe mai e poi mai prender sul serio la beffa crudele, abboccare allamo, lasciarsi lusingare... E dunque? Oh, ecco: egli ripete il cenno di jeri, la saluta con la mano, china il capo pi volte, come per dire: A te, s, a te e si nasconde il volto con le mani, dolorosamente. Clementina non pu pi rimanere l, presso la finestra; scende dalla sedia, tutta in sussulto, e come una bestiolina insidiata va a spiare dalla finestra della camera accanto, dietro le tendine abbassate. Egli si tratto dal davanzale; non guarda pi fuori; sta ora in un atteggiamento sospeso e accorato; ed ecco, si volta di tratto in tratto a guardare verso la finestra di lei, per vedere se ella vi sia ritornata. La aspetta! Che deve supporre Clementina? Le viene in mente questaltro pensiero: Non vedr bene come sono fatta . E, per essere lasciata in pace, povera sbiobbina, immagina dun tratto questo espediente: accosta il tavolino alla finestra, prende uno strofinaccio e poi, con lajuto duna seggiola, monta a gran fatica sul tavolino, l, in piedi,

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come per pulire con quello strofinaccio i vetri della finestra. Cos egli la vedr bene! Ma per poco Clementina non precipita gi in istrada, nellaccorgersi che quel giovine, vedendola l, s levato in piedi e gesticola furiosamente, spaventato, e le accenna di smontare, gi di l, gi di l, per carit: incrocia le mani sul petto, si prende il capo tra le mani e grida, ora, grida! Clementina scende dal tavolino quanto pi presto pu, sgomenta, anzi atterrita; lo guarda, tutta tremante, con gli occhi sbarrati; egli le tende le braccia, le invia baci; e allora: matto... pensa Clementina, stringendosi, storcendosi le mani. Oh Dio, matto! matto!. Difatti, la sera, Lauretta glielo conferma. Messa in curiosit dalle domande di Clementina, ella ha domandato notizie di quel giovine, e le hanno detto chegli impazzito da circa un anno per la morte della fidanzata che abitava l, dove abitano loro, Lauretta e Clementina. A quella fidanzata, prima che morisse, avevan dovuto amputare una gamba e poi laltra, per un sarcoma che sera rinnovato. Ah, ecco perch! Clementina, ascoltando questo racconto della sorella, sente riempirsi gli occhi di lagrime. Per quel giovine o per s? Sorride poi pallidamente e dice con tremula voce a Lauretta: Me lero figurato, sai? Guardava me...Da: Luigi Pirandello, Novelle per un anno, vol. I, Mondadori, Milano, 1957

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Luomo solo

Luomo soloSi riunivano allaperto, ora che la stagione lo permetteva, attorno a un tavolinetto del caff sotto gli alberi di via Veneto. Venivano prima i Groa, padre e figlio. E tanta era la loro solitudine che, pur cos vicini, parevano luno dallaltro lontanissimi. Appena seduti, sprofondavano in un silenzio smemorato, che li allontanava anche da tutto, cos che se qualche cosa cadeva loro per caso sotto gli occhi, dovevano strizzare un po le palpebre per guardarla. Venivano alla fine insieme gli altri due: Filippo Romelli e Carlo Spina. Il Romelli era vedovo da cinque mesi; lo Spina, scapolo. Mariano Groa era diviso dalla moglie da circa un anno e sera tenuto con s lunico figliuolo, Torellino, gi studente di liceo, smilzo, tutto naso, dai lividi occhietti infossati e un po loschi. L attorno al tavolino, dopo i saluti, raramente scambiavano tra loro qualche parola. Sorseggiavano una piccola Pilsen, succhiavano qualche sciroppo con un cannuccio di paglia, e stavano a guardare, a guardar tutte le donne che passavano per via, sole, a coppie, o accompagnate dai mariti: spose, giovinette, giovani madri coi loro bambini; e quelle che scendevano dalla tranvia, dirette a Villa Borghese, e quelle che ne tornavano in carrozza, e le forestiere che entravano al grande albergo dirimpetto o ne uscivano, a piedi, in automobile. Non staccavano gli occhi da una che per attaccarli subito a unaltra, e la seguivano con lo sguardo, studiandone ogni mossa o fissandone qualche tratto, il seno, i fianchi, la gola, le rosee braccia trasparenti dai merletti delle maniche: storditi, inebriati da tutto quel brulichio, da tutto quel fremito di vita, da tanta variet daspetti e di colori e di espressioni, e tenuti in unansia angosciosa di confusi sentimenti e pensieri e rimpianti e desiderii, ora per uno sguardo fuggevole, ora per un sorriso lieve di compiacenza che riuscivano a cogliere da questa o da quella, tra il frastuono delle vetture e il passerajo fitto, continuo che veniva dalle prossime ville. Sentivano tutti e quattro, ciascuno a suo modo, il bisogno cocente della donna, di quel bene che nella vita pu dar solo la donna, che tante di quelle donne gi davano col loro amore, con la loro presenza, con le loro cure, e forse senzesserne ricompensate a dovere dagli uomini ingrati. Appena questo dubbio sorgeva in essi per laria triste di qualcuna, i loro sguardi saffrettavano a esprimere un intenso accoramento o unacerba condanna o una pietosa adorazione. E quelle giovinette? Chi sa comerano di-

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sposte e pronte a dar la gioja del loro corpo! E dovevano invece sciuparsi in unattesa forse vana tra finte ritrosie in pubblico e chi sa che smanie in segreto. Ciascuno, con quel quadro fascinoso davanti, pensando alla propria casa senza donna, vuota, squallida, muta, compreso da una profonda amarezza, sospirava. Filippo Romelli, il vedovo, piccolino di statura, pulito, in quel suo abito nero da lutto ancora senza una grinza, preciso in tutti i lineamenti fini, domettino bello vezzeggiato dalla moglie, si recava tutte le domeniche al camposanto a portar fiori alla sua morta, e pi degli altri due sentiva lorrore della propria casa attufata dai ricordi, dove ogni oggetto, nellombra e nel silenzio, pareva stesse ancora ad aspettare colei che non vi poteva pi far ritorno, colei che lo accoglieva ogni volta con tanta festa e lo curava e lo lisciava e gli ripeteva con gli occhi ridenti come e quanto fosse contenta desser sua. In tutte le donne che vedeva passare per via lui badava ora a sorprender la grazia di qualche mossa che gli richiamasse viva limmagine della sua donna, non comera ultimamente, ma qual era stata un tempo, quando gli aveva dato quella tal gioja che questaltra, ora, gli ridestava pungente nella memoria; e subito serrava le labbra per limpeto della commozione che gli saliva amara alla gola, e socchiudeva un po gli occhi, come fanno al vento gli uccelli abbandonati su un ramo. Anche nella sua donna, negli ultimi tempi, aveva amato il ricordo delle gioje passate, che non potevano pi, ormai, esser per lui. Nessuna donna pi lo avrebbe amato, ora, per se stesso. Aveva gi quasi cinquantanni. Ah, per lui la sorte era stata veramente crudele! Vedersi strappare la compagna in quel punto, alla soglia della vecchiaja, quando ne aveva pi bisogno, quando anche lamore, sempre irrequieto nella giovent, cominciava a pregiar soltanto la tranquillit del nido fedele! E ecco che ora gli toccava a risentire lirrequietezza di esso, fuori tempo, e perci ridicola e disperata. Allo Spina, amico suo indivisibile da tanti anni, aveva detto pi volte: Verit sacrosanta, amico mio: luomo non pu esser tranquillo, se non s assicurate tre cose: il pane, la casa, lamore. Donne, tu ne trovi adesso; ti posso anche ammettere che, quanto a questo, tu stai meglio di me, per ora. Ma la giovent, caro, assai pi breve della vecchiaja. Lo scapolo gode in giovent; ma poi soffre in vecchiaja. Lammogliato, al contrario. Ha pi tempo di goder lammogliato dunque, come vedi!

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Sissignori. Bella risposta gli aveva dato la sorte! Lo Spina, ora, vecchio scapolo, cominciava a soffrire del vuoto della sua vita, in una camera daffitto, tra mobili volgari, neppur suoi; ma almeno poteva dire daver goduto a suo modo in giovent e daver voluto lui che fosse cos sola e senza conforto di cure amiche e senzabitudine daffetti la sua vecchiaja. Ma lui! Eppure, forse pi crudele della sua era la sorte di Mariano Groa. Bastava guardarlo, poveretto, per comprenderlo. Lui, Romelli, pur cos sconsolato comera, trovava tuttavia in s la forza di pulirsi, daggiustarsi, perfino dinsegarsi ancora i baffettini grigi; mentre quel povero Groa... Eccolo l: panciuto, sciamannato, con una grinta da can mastino con gli occhiali, ispido di una barba non rifatta chi sa da quanti giorni, e con la giacca senza bottoni, il colletto spiegazzato, giallo di sudore, la cravatta sudicia, annodata di traverso. Guardava le donne con occhiacci feroci, quasi se le volesse mangiare. E ogni tanto, fissandone qualcuna, ansimava, come se gli si stringesse il naso; si scoteva, facendo scricchiolar la sedia, e si metteva in unaltra positura non meno truce, col pomo del bastone sotto il mento, affondato nella pappagorgia lustra di sudore. Sapeva da tantanni che la moglie vezzosa donnettina dal nasino ritto, due fossette impertinenti alle guance e occhietti vivi vivi, da furetto lo tradiva. Alla fine, un brutto giorno, era stato costretto ad accorgerse, e sera diviso da lei legalmente. Se nera pentito subito dopo; ma lei non aveva pi voluto saperne, contenta delle duecento lire al mese chegli le passava per mezzo del figliuolo, il quale andava a visitarla ogni due giorni. Il pover uomo era divorato dalla brama di riaverla. La amava ancora come un pazzo, e senza lei non poteva pi stare; non aveva pi requie! Spesso, il figliuolo, che gli dormiva accanto, sentendolo piangere o gemere con la faccia affondata nel guanciale, si levava su un gomito e cercava di confortarlo amorosamente: Pap, pap... Ma spesso anche Torellino si seccava a vederlo smaniare cos; e nei giorni che doveva recarsi a visitare la madre, sbuffava ogni qual volta egli si metteva a suggerirgli tutto quello che avrebbe desiderato le dicesse per intenerirla, lo stato in cui si trovava, cos senza cure, alla sua et; la sua disperazione; il suo pianto; e che non poteva dormire, e che non sapeva pi reggere, n come fare.

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Era un tormento per Torellino! E anche una vergogna che lo sconcertava tutto e lo faceva sudar freddo. Tanto pi che poi quelle ambasciate non servivano a nulla, perch gi pi volte la madre, irremovibile, gli aveva fatto rispondere che non ne voleva nemmeno sentir parlare. E che altro tormento ogni qual volta ritornava da quelle visite! Il padre lo aspettava a pi della scala, ansante, la faccia infiammata e gli occhi acuti e spasimosi, lustri di lagrime. Subito, appena lo vedeva, lo assaliva di domande: Com? com? che tha detto? come lhai trovata? E a ogni risposta, arricciava il naso, chiudeva gli occhi, divaricava le labbra, come se ricevesse pugnalate. Ah, s, tranquilla? Non dice niente? Ah, dice che sta bene cos? E tu, tu che le hai detto? Niente, io, pap... Ah, niente, vero? E si mordeva le mani dalla rabbia; poi prorompeva: Eh s! eh s! Seguitate! Seguitate! comodo... Seguita cos, tu pure, caro! Sfido... Che vi manca? C il bue qua, che lavora per voi... Seguitate, seguitate senza nessuna considerazione per me! Ma non lo capisci, perdio, che io non posso pi vivere cos? Che ho bisogno dajuto? Che io cos muojo, non lo capisci? Non lo capisci? Ma che ci posso fare io, pap? si scrollava Torellino, alla fine, esasperato. Niente! Niente! Seguita! riprendeva lui, ingozzando le lagrime. Ma non ti pare almeno che sia una nequizia farmi morire cos? Perch, sai? io muojo! Io vi lascio tutti e due in mezzo a una strada, e la faccio finita! La faccio finita! Si pentiva subito di queste sfuriate, e compensava con carezze, con regali il figliuolo; lo avviziava; gli prodigava le cure di una madre; e non badava a s, ai suoi abiti, alle sue scarpe, alla sua biancheria, purch il figlio andasse ben vestito, di tutto punto, e si presentasse alla mamma ogni due giorni come un figurino. Sinteneriva lui stesso di quella sua bont, non solo non rimeritata, ma neppur commiserata da nessuno, calpestata anzi da tutti; si struggeva in quella sua tenerezza; sentiva proprio che il cuore gli si sfaceva in petto, strizzato dallangoscia, macerato dalla pena. Aveva coscienza di non aver fatto mai, mai, il minimo torto a quellinfame donna che lo aveva trattato cos!

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Che ci poteva far lui se attorno al suo cuore tenero e semplice, di bambino, era cresciuto tutto quel corpaccio da maiale? Nato per la casa, per adorare una donna sola nella vita, che gli volesse non molto! non molto! un po di bene, quanto compenso le avrebbe saputo dare, per questo po di bene! Con gli occhi invetrati dalle lagrime a stento contenute, ora stava a mirar per via ogni coppia di sposi, che gli pareva andasse damore e daccordo. Si sarebbe buttato in ginocchio davanti a ogni moglie onesta e saggia, che fosse il sorriso e la benedizione duna casa, che amasse teneramente il suo sposo e curasse i suoi figliuoli. A lui, giusto a lui doveva toccare una donna come quella! Chi sa quante ce nerano di buone, l, tra quelle che passavano per via; quante avrebbero fatto la sua felicit, perch non chiedeva molto lui, un po daffetto, poco! Lo mendicava con quegli occhi, che parevano truci, a tutte le donne che vedeva passare; ma non per averlo da esse: da una sola, da quella, lui lo voleva, poich quella sola avrebbe potuto darglielo onestamente, legato comera dal vincolo del matrimonio e con quel suo povero figliuolo accanto. Allombra dei grandi alberi della via, brulicava quella sera con fremito pi intenso la vita. I due amici Spina e Romelli tardavano ancora a venire. Laria, satura di tutte le fragranze delle ville vicine, pareva grillasse dun baglior doro, e tutti i visi delle donne, sotto i cappelloni spavaldi, sorridevano accesi da riflessi purpurei. Offrivano con quel sorriso allammirazione e al desiderio degli uomini il loro corpo disegnato nettamente dagli abiti succinti. Le rose duna bottega di fiorajo l presso, dietro le spalle del Groa, esalavano un profumo cos voluttuoso, che il pover uomo ne aveva un greve stordimento di ebbrezza, per cui gi tutto quel brulichio di vita assumeva innanzi a lui contorni vaporosi di sogno, e gli destava quasi il dubbio della irrealit di quanto vedeva, coi romori che gli si attutivano agli orecchi, come se venissero da lontano lontano, e non da tutto quel sogno l maraviglioso. Alla fine, quegli altri due arrivarono. Discutevano tra loro animatamente. Il piccolo Romelli, vestito di nero, era nervoso, convulso; scattava a tratti come per scosse elettriche, e lo Spina, accalorato, cercava di calmarlo, di convincerlo. S, due sorelle, due sorelle! Lasciate fare a me! Ancora presto. Ora sediamo.

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Il Groa fece segno con gli occhi ai due di non parlar di tali cose davanti al suo figliuolo; poi, comprendendo che essi cos accesi comerano, non avrebbero saputo frenarsi, si volse a Torellino e lo invit a farsi una giratina l a Villa Borghese. Il ragazzo savvi, svogliato, sbuffando. Fatti pochi passi, si volt e vide che i tre, con le teste riunite, confabulavano misteriosamente attorno al tavolino; ma il padre scrollava il capo, diceva di no, di no. Lo Spina, certo, li tentava. Quando, dopo una mezzora, Torellino ritorn, i due, il Romelli e lo Spina, erano andati via. Il padre era solo, ad attenderlo; in una solitudine disperata; con un viso cos alterato, con tanto spasimo tetro negli occhi, che il figlio rest a mirarlo, sgomento. Vogliamo andare, pap? Il Groa parve non lo sentisse. Lo guat. Serr le labbra con una smorfia di pianto, quasi infantile, ed ebbe per tutta la persona uno scotimento di singhiozzi soffocati. Poi si alz; prese il figlio per un braccio; glielo strinse con tutta la forza, come se volesse comunicargli con quella stretta qualcosa che non poteva o non sapeva dire. E andarono, andarono verso via di porta Pinciana. Torellino si sentiva trascinato verso la casa ove abitava la madre. Ecco, vi sarebbero giunti tra poco; era l in capo al secondo vicolo, ove ardeva il fanale. E a mano a mano sinduriva contro il braccio del padre, il quale, avvertendo la resistenza, lo guardava ansioso, per intenerirlo. Oh Dio, oh Dio, pensava Torellino, la solita storia! Il solito tormento! Andar su, vero? Pregare la madre che sarrendesse finalmente; sentirsi dire di no ancora una volta? No, no. E, risoluto, davanti al vicolo, sotto il fanale, simpunt e disse al padre: No, sai, pap? Io non salgo! Io non ci vado! Il Groa guard il figlio con occhi atroci. No? fremette. No? E lo respinse da s, piano, senza aggiungere altro. Lasciato l quieto in mezzo alla via deserta, Torellino, dapprima un po stordito, ebbe a un tratto limpressione che il padre si fosse per sempre staccato da lui, quasi balzando dimprovviso laggi, lontano, e che per sempre si perdesse confuso, estraneo tra i tanti estranei che andavano per quella via in discesa. Allora si mosse a seguirlo da lontano, costernato.

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Lo segu, senza farsi scorgere, gi per Capo le Case, gi per via Due Macelli, per via Condotti, per via Fontanella di Borghese, per piazza Nicosia... Sboccando in via di Tordinona, si ferm. Venivano fuori da un vicoletto bujo il Romelli e lo Spina, e il padre suniva ad essi. Il Romelli aveva sugli occhi un fazzoletto listato di nero e singhiozzava. Tutti e tre andavano ad appoggiarsi alla spalletta del Lungotevere. Ma stupido! Perch? gridava lo Spina, scotendo per un braccio il Romelli. Tanto carina! Tanto graziosa! E il Romelli, tra i singhiozzi: Impossibile! Impossibile! Tu non puoi comprendere... Il pudore! La santit della casa! Lo Spina allora si volgeva al padre. Nella chiara sera di maggio, presso le acque del fiume che pareva ritenessero ancora la luce del giorno sparito, si distinguevano con precisione tutti i gesti e anche i tratti del volto di quei tre uomini agitati. Lo Spina voleva ora convincere il padre del torto del Romelli, che seguitava ad asciugarsi il volto in disparte. Il padre stava a guardar lo Spina con occhi sbarrati, feroci; allimprovviso lo afferrava per il bavero della giacca, gli dava un poderoso scrollone e lo mandava a schizzar lontano; poi, balzando sul parapetto dellargine, gridava con le braccia levate, enorme: Ecco, si fa cos! E gi, nel fiume. Un tonfo. Due gridi, e un terzo grido, da lontano, pi acuto, del figlio che non poteva accorrere, con le gambe quasi stroncate dal terrore.Da: Luigi Pirandello, Novelle per un anno, Roma, Newton Compton, 1994

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Il treno ha fischiato...Farneticava. Principio di febbre cerebrale, avevano detto i medici; e lo ripetevano tutti i compagni dufficio, che ritornavano a due, a tre, dallospizio, overano stati a visitarlo. Pareva provassero un gusto particolare a darne lannunzio coi termini scientifici, appresi or ora dai medici, a qualche collega ritardatario che incontravano per via: Frenesia, frenesia. Encefalite. Infiammazione della membrana. Febbre cerebrale. E volevan sembrare afflitti; ma erano in fondo cos contenti, anche per quel dovere compiuto; nella pienezza della salute, usciti da quel triste ospizio al gajo azzurro della mattinata invernale. Morr? Impazzir? Mah! Morire, pare di no... Ma che dice? che dice? Sempre la stessa cosa. Farnetica... Povero Belluca! E a nessuno passava per il capo che, date le specialissime condizioni in cui quellinfelice viveva da tantanni, il suo caso poteva anche essere naturalissimo; e che tutto ci che Belluca diceva e che pareva a tutti delirio, sintomo della frenesia, poteva anche essere la spiegazione pi semplice di quel suo naturalissimo caso. Veramente, il fatto che Belluca, la sera avanti, sera fieramente ribellato al suo capo ufficio, e che poi, allaspra riprensione di questo, per poco non gli sera scagliato addosso, dava un serio argomento alla supposizione che si trattasse duna vera e propria alienazione mentale. Perch uomo pi mansueto e sottomesso, pi metodico e paziente di Belluca non si sarebbe potuto immaginare. Circoscritto... s, chi laveva definito cos? Uno dei suoi compagni dufficio. Circoscritto, povero Belluca, entro i limiti angustissimi della sua arida mansione di computista, senzaltra memoria che non fosse di partite aperte, di partite semplici o doppie o di storno, e di defalchi e prelevamenti e impostazioni; note, libri mastri, partitarii, stracciafogli e via dicendo.

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Casellario ambulante; o piuttosto, vecchio somaro, che tirava zitto zitto, sempre dun passo, sempre per la stessa strada la carretta, con tanto di paraocchi. Orbene, cento volte questo vecchio somaro era stato frustato, fustigato senza piet, cos per ridere, per il gusto di vedere se si riusciva a farlo imbizzire un po, a fargli almeno almeno drizzare un po le orecchie abbattute, se non a dar segno che volesse levare un piede per sparar qualche calcio. Niente! Sera prese le frustate ingiuste e le crudeli punture in santa pace, sempre, senza neppur fiatare, come se gli toccassero, o meglio, come se non le sentisse pi, avvezzo comera da anni e anni alle continue solenni bastonature della sorte. Inconcepibile, dunque, veramente, quella ribellione in lui, se non come effetto duna improvvisa alienazione mentale. Tanto pi che, la sera avanti, proprio gli toccava la riprensione; proprio aveva il diritto di fargliela, il capo ufficio. Gi sera presentato, la mattina, con unaria insolita, nuova; e cosa veramente enorme, paragonabile, che so? al crollo duna montagna era venuto con pi di mezzora di ritardo. Pareva che il viso, tutta un tratto, gli si fosse allargato. Pareva che i paraocchi gli fossero tutta un tratto caduti, e gli si fosse scoperto, spalancato dimprovviso allintorno lo spettacolo della vita. Pareva che gli orecchi tutta un tratto gli si fossero sturati e percepissero per la prima volta voci, suoni non avvertiti mai. Cos ilare, duna ilarit vaga e piena di stordimento, sera presentato allufficio. E, tutto il giorno, non aveva combinato niente. La sera, il capo ufficio, entrando nella stanza di lui, esaminati i registri, le carte: E come mai? Che hai combinato tuttoggi? Belluca lo aveva guardato sorridente, quasi con unaria dimpudenza, aprendo le mani. Che significa? aveva allora esclamato il capo ufficio, accostandoglisi e prendendolo per una spalla e scrollandolo. Oh, Belluca! Niente, aveva risposto Belluca, sempre con quel sorriso tra dimpudenza e dimbecillit su le labbra. Il treno, signor Cavaliere. Il treno? Che treno? Ha fischiato. Ma che diavolo dici?

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Stanotte, signor Cavaliere. Ha fischiato. Lho sentito fischiare... Il treno? Sissignore. E se sapesse dove sono arrivato! In Siberia... oppure oppure... nelle foreste del Congo... Si fa in un attimo, signor Cavaliere! Gli altri impiegati, alle grida del capo ufficio imbestialito, erano entrati nella stanza e, sentendo parlare cos Belluca, gi risate da pazzi. Allora il capo ufficio che quella sera doveva essere di malumore urtato da quelle risate, era montato su tutte le furie e aveva malmenato la mansueta vittima di tanti suoi scherzi crudeli. Se non che, questa volta, la vittima, con stupore e quasi con terrore di tutti, sera ribellata, aveva inveito, gridando sempre quella stramberia del treno che aveva fischiato, e che, perdio, ora non pi, ora chegli aveva sentito fischiare il treno, non poteva pi, non voleva pi esser trattato a quel modo. Lo avevano a viva forza preso, imbracato e trascinato allospizio dei matti. Seguitava ancora, qua, a parlare di quel treno. Ne imitava il fischio. Oh, un fischio assai lamentoso, come lontano, nella notte; accorato. E, subito dopo, soggiungeva: Si parte, si parte... Signori, per dove? per dove? E guardava tutti con occhi che non erano pi i suoi. Quegli occhi, di solito cupi, senza lustro, aggrottati, ora gli ridevano lucidissimi, come quelli dun bambino o dun uomo felice; e frasi senza costrutto gli uscivano dalle labbra. Cose inaudite; espressioni poetiche, immaginose, bislacche, che tanto pi stupivano, in quanto non si poteva in alcun modo spiegare come, per qual prodigio, fiorissero in bocca a lui, cio a uno che finora non sera mai occupato daltro che di cifre e registri e cataloghi, rimanendo come cieco e sordo alla vita: macchinetta di computisteria. Ora parlava di azzurre fronti di montagne nevose, levate al cielo; parlava di viscidi cetacei che, voluminosi, sul fondo dei mari, con la coda facevan la virgola. Cose, ripeto, inaudite. Chi venne a riferirmele insieme con la notizia dellimprovvisa alienazione mentale rimase per sconcertato, non notando in me, non che meraviglia, ma neppur una lieve sorpresa. Difatti io accolsi in silenzio la notizia. E il mio silenzio era pieno di dolore. Tentennai il capo, con gli angoli della bocca contratti in gi, amaramente, e dissi: Belluca, signori, non impazzito. State sicuri che non impazzito. Qualche cosa devessergli accaduta; ma naturalissima. Nessuno se la pu spie-

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gare, perch nessuno sa bene come questuomo ha vissuto finora. Io che lo so, son sicuro che mi spiegher tutto naturalissimamente, appena lavr veduto e avr parlato con lui. Cammin facendo verso lospizio ove il poverino era stato ricoverato, seguitai a riflettere per conto mio: A un uomo che viva come Belluca finora ha vissuto, cio una vita impossibile, la cosa pi ovvia, lincidente pi comune, un qualunque lievissimo inciampo impreveduto, che so io, dun ciottolo per via, possono produrre effetti straordinarii, di cui nessuno si pu dar la spiegazione, se non pensa appunto che la vita di quelluomo impossibile. Bisogna condurre la spiegazione l, riattaccandola a quelle condizioni di vita impossibili, ed essa apparir allora semplice e chiara. Chi veda soltanto una coda, facendo astrazione dal mostro a cui essa appartiene, potr stimarla per se stessa mostruosa. Bisogner riattaccarla al mostro; e allora non sembrer pi tale; ma quale devessere, appartenendo a quel mostro. Una coda naturalissima. Non avevo veduto mai un uomo vivere come Belluca. Ero suo vicino di casa, e non io soltanto, ma tutti gli altri inquilini della casa si domandavano con me come mai quelluomo potesse resistere in quelle condizioni di vita. Aveva con s tre cieche, la moglie, la suocera e la sorella della suocera: queste due, vecchissime, per cataratta; laltra, la moglie, senza cataratta, cieca fissa; palpebre murate. Tutte tre volevano esser servite. Strillavano dalla mattina alla sera perch nessuno le serviva. Le due figliuole vedove, raccolte in casa dopo la morte dei mariti, luna con quattro, laltra con tre figliuoli, non avevano mai n tempo n voglia di badare ad esse; se mai, porgevano qualche ajuto alla madre soltanto. Con lo scarso provento del suo impieguccio di computista poteva Belluca dar da mangiare a tutte quelle bocche? Si procurava altro lavoro per la sera, in casa: carte da ricopiare. E ricopiava tra gli strilli indiavolati di quelle cinque donne e di quei sette ragazzi finch essi, tutte dodici, non trovavan posto nei tre soli letti della casa. Letti ampii, matrimoniali; ma tre. Zuffe furibonde, inseguimenti, mobili rovesciati, stoviglie rotte, pianti, urli, tonfi, perch qualcuno dei ragazzi, al bujo, scappava e andava a cacciarsi

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fra le tre vecchie cieche, che dormivano in un letto a parte, e che ogni sera litigavano anchesse tra loro, perch nessuna delle tre voleva stare in mezzo e si ribellava quando veniva la sua volta. Alla fine, si faceva silenzio, e Belluca seguitava a ricopiare fino a tarda notte, finch la penna non gli cadeva di mano e gli occhi non gli si chiudevano da s. Andava allora a buttarsi, spesso vestito, su un divanaccio sgangherato, e subito sprofondava in un sonno di piombo, da cui ogni mattina si levava a stento, pi intontito che mai. Ebbene, signori: a Belluca, in queste condizioni, era accaduto un fatto naturalissimo. Quando andai a trovarlo allospizio, me lo raccont lui stesso, per filo e per segno. Era, s, ancora esaltato un po, ma naturalissimamente, per ci che gli era accaduto. Rideva dei medici e degli infermieri e di tutti i suoi colleghi, che lo credevano impazzito. Magari! diceva. Magari! Signori, Belluca, sera dimenticato da tanti e tanti anni ma proprio dimenticato che il mondo esisteva. Assorto nel continuo tormento di quella sua sciagurata esistenza, assorto tutto il giorno nei conti del suo ufficio, senza mai un momento di respiro, come una bestia bendata, aggiogata alla stanga duna nria o dun molino, sissignori, sera dimenticato da anni e anni ma proprio dimenticato che il mondo esisteva. Due sere avanti, buttandosi a dormire stremato su quel divanaccio, forse per leccessiva stanchezza, insolitamente, non gli era riuscito daddormentarsi subito. E, dimprovviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un treno. Gli era parso che gli orecchi, dopo tantanni, chi sa come, dimprovviso gli si fossero sturati. Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via dun tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato sera ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tuttintorno. Sera tenuto istintivamente alle coperte che ogni sera si buttava addosso, ed era corso col pensiero dietro a quel treno che sallontanava nella notte. Cera, ah! cera, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormen-

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ti, cera il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno savviava... Firenze, Bologna, Torino, Venezia... tante citt, in cui egli da giovine era stato e che ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci sulla terra. S, sapeva la vita che vi si viveva! La vita che un tempo vi aveva vissuto anche lui! E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato, mentregli qua, come una bestia bendata, girava la stanga del molino. Non ci aveva pensato pi! Il mondo sera chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nellarida, ispida angustia della sua computisteria... Ma ora, ecco, gli rientrava, come per travaso violento, nello spirito. Lattimo, che scoccava per lui, qua, in questa sua prigione, scorreva come un brivido elettrico per tutto il mondo, e lui con limmaginazione dimprovviso risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per citt note e ignote, lande, montagne, foreste, mari... Questo stesso brivido, questo stesso palpito del tempo. Cerano, mentregli qua viveva questa vita impossibile, tanti e tanti milioni duomini sparsi su tutta la terra, che vivevano diversamente. Ora, nel medesimo attimo chegli qua soffriva, cerano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti... S, s, le vedeva, le vedeva, le vedeva cos... cerano gli oceani... le foreste... E, dunque, lui ora che il mondo gli era rientrato nello spirito poteva in qualche modo consolarsi! S, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per prendere con limmaginazione una boccata daria nel mondo. Gli bastava! Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto. Sera ubriacato. Tutto il mondo, dentro dun tratto: un cataclisma. A poco a poco, si sarebbe ricomposto. Era ancora ebro della troppa troppa aria, lo sentiva. Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capo ufficio, e avrebbe ripreso come prima la sua computisteria. Soltanto il capo ufficio ormai non doveva pretender troppo da lui come per il passato: doveva concedergli che di tanto in tanto, tra una partita e laltra da registrare, egli facesse una capatina, s, in Siberia... oppure oppure... nelle foreste del Congo: Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio. Ora che il treno ha fischiato...Da: Luigi Pirandello, Novelle per un anno, vol. I, Mondadori, Milano, 1957

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VolareCortesemente la morte, due anni fa, le aveva fatto una visitina di passata: No, comoda! Comoda! Solo per avvertirla che sarebbe ritornata tra poco. Per ora, l, da brava, a sedere su quella poltrona; in attesa. Ma come, Dio mio? Cos, senza pi forza neanche di sollevare un braccio? Brodi consumati, polli, che altro? Latte duccello; lingue di pappagallo... Cari, i signori medici! Prima che questo male la assolasse cos, poteva almeno aiutare un poco le due povere figliuole, recandosi a cucire a giornata ora da questa ora da quella signora, che le davano da mangiare e qualche soldo; pi per carit che per altro, lo capiva lei stessa. Non ci vedeva quasi pi; le dita avevano perduto lagilit, le gambe la forza di mandare avanti il pedale della macchina. Eh, ci galoppava, prima, su un pedale di macchina! Ora, invece... Niente quasi, quel che portava a casa; ma pure poteva dire allora di non stare del tutto a carico delle figliuole. Le quali lavoravano, poverine, dalla mattina alla sera, la maggiore a bottega, la minore a casa: astucci, scatole, sacchettini per nozze e per nascita: lavoro fino, delicato; ma che non fruttava quasi pi nulla ormai. Figurarsi che la maggiore, Adelaide, nella bottega dovera anche addetta alla vendita e alla cassa, tirava in tutto tre lire al giorno. Guadagnava un po pi la minore, col lavoro a cottimo; ma non trovava da lavorare ogni giorno, Nen. Tutte tre, insomma, riuscivano a mettere insieme appena appena tanto da pagar la pigione di casa e da levarsi la fame; non sempre. Ma ora, al principio di quellinverno, anche Adelaide sera ammalata, e come! Veramente avvertiva da un pezzo quello spasimo fisso alle reni; ma finch sera potuta reggere, non ne aveva detto nulla. Poi le si erano gonfiate le gambe e aveva dovuto farsi vedere da un medico. Dottore, che ? Niente. Cosa da nulla. Nefrite. State a letto tre o quattro mesi, ben riguardata dal fresco, con una bella fascia di lana attorno alla vita; letto, lana e latte; latte, lana e letto. Tre elle. La nefrite si cura cos. Quel guadagno fisso, su cui facevano il maggiore assegnamento, era venuto per tanto a mancare. E allegramente! La padrona della bottega aveva

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promesso di serbare il posto ad Adelaide, e che intanto, per tutto il tempo della malattia, non avrebbe fatto venir meno il lavoro a Nen. Ma con un pajo solo di mani che poteva fare adesso questa povera figliuola, cresciute le spese per la cura di due malate? Tutto quello che avevano potuto mettere in pegno, lo avevano gi messo. Fosse morta lei, almeno, vecchia e ormai inutile! Adelaide, dal letto, pur con quel tarlo alle reni, ajutava la sorella, incollava i cartoncini, li rifilava. Ma lei? Niente. Neanche la colla in cucina poteva preparare. Doveva rimanere l, per castigo, lei, su quella poltrona, ad affliggere le due figliuole con la sua vista e i suoi lamenti. Perch si lamentava, anche, per giunta! Sicuro. Certi lamenti modulati, nel sonno. La debolezza bestialmente la faceva lamentare cos, appena socchiudeva gli occhi. Per cui si sforzava di tenerli quanto pi poteva aperti. Ma che bello spettacolo, allora! Pareva una tomba, quella camera. Senzaria, senza luce, l, a mezzanino, in una delle vie pi vecchie e pi anguste, presso Piazza Navona. (E dalla piazza, piena di sole nelle belle giornate, arrivavano in quella tomba gli allegri rumori della vita!). Avrebbe tanto desiderato, la signora Maddalena, dandare ad abitar lontano lontano, magari fuor di porta, non potendo dove sapeva lei. Si sarebbe contentata anche su ai quartieri alti, magari in una stanza pi piccola, ma non cos oppressa dalle case di rimpetto. L per eran pi basse le pigioni, e vicina la bottega ove Adelaide doveva recarsi ogni mattina; quando vi si recava. Tre lettini, in quella camera, un cassettone, un tavolino, un divanuccio e quattro sedie. Puzzo di colla, tanfo di rinchiuso. La povera Nen non aveva pi tempo, e neanche voglia, per dir la verit, di fare un po di pulizia. Sul cassettone, ci si poteva scrivere col dito, tanta era la polvere. Stracci e ritagli per t