L'isola misteriosa

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L'isola misteriosa (nell'originale francese L'île mystérieuse) è un romanzo di avventura dell'autore francese Jules Verne. Il libro racconta le avventure di un gruppo di americani naufragati su un'isola del Sud Pacifico non segnata sulle mappe.

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JULES VERNE

L'ISOLA MISTERIOSADisegni di J.-D. Frat incisi da Ch. Barbarit Copertina di Graziella Sarno TITOLO ORIGINALE DELLOPERA L'ILE MISTRIEUSE (1875)

Traduzione integrale dal francese di Lorenza Ester Aghito Revisione a cura di Antonio Agriesti e Piero Nicola Propriet letteraria e artistica riservata - Printed in Italy Copyright 1966-1982 U. Mursia editore S.p.A. 640/AC/VIII - U. Mursia editore - Milano - Via Tadino, 29

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IndicePRESENTAZIONE.............................................................................................13 L'ISOLA MISTERIOSA...................................................................................... 18 PARTE PRIMA.....................................................................................................20 I NAUFRAGHI DELL'ARIA...............................................................................20 CAPITOLO I.............................................................................................................20 L'URAGANO DEL 1865 GRIDA NELL'ARIA UN PALLONE TRAVOLTO DA UNA TROMBA D'ARIA L'INVOLUCRO LACERATO SOLTANTO IL MARE IN VISTA CINQUE PASSEGGERI CHE COSA AVVIENE NELLA NAVICELLA TERRA ALL'ORIZZONTE L'EPILOGO DEL DRAMMA............................................................................................... 20 CAPITOLO II............................................................................................................28 UN EPISODIO DELLA GUERRA DI SECESSIONE L'INGEGNER CYRUS SMITH GEDEON SPILETT IL NEGRO NAB IL MARINAIO PENCROFF IL GIOVANE HARBERT UNA PROPOSTA INATTESA UN CONVEGNO ALLE DIECI DI SERA PARTENZA NELLA TEMPESTA .........................................................................................................................28 CAPITOLO III..........................................................................................................38 ALLE CINQUE DI SERA COLUI CHE MANCA LA DISPERAZIONE DI NAB RICERCHE AL NORD L'ISOLOTTO UNA TRISTE NOTTE DI ANGOSCE LA NEBBIA DELLA MATTINA NAB A NUOTO IN VISTA DELLA TERRA PASSAGGIO A GUADO DEL CANALE..............38 CAPITOLO IV..........................................................................................................46 I LITODOMI IL FIUME ALLA SUA FOCE I CAMINI CONTINUAZIONE DELLE RICERCHE LA FORESTA DI ALBERI VERDI LA PROVVISTA DI COMBUSTIBILE SI ATTENDE IL RIFLUSSO DALL'ALTO DELLA COSTA IL TRAINO VEGETALE IL RITORNO A RIVA................................................................................................................46 CAPITOLO V........................................................................................................... 55 ADATTAMENTO DEI CAMINI L'IMPORTANTE PROBLEMA DEL FUOCO LA SCATOLA DI FIAMMIFERI RICERCHE SULLA SPIAGGIA RITORNO DEL GIORNALISTA E DI NAB UN SOLO FIAMMIFERO! IL FOCOLARE SFAVILLANTE LA PRIMA CENA LA PRIMA NOTTE A TERRA.........................................................................55 CAPITOLO VI..........................................................................................................64 L'INVENTARIO DEI NAUFRAGHI NIENTE LA BIANCHERIA BRUCIATA UN'ESCURSIONE NELLA FORESTA LA FLORA DEGLI ALBERI VERDI LO JACAMAR IN FUGA TRACCIA DI BESTIE FEROCI I CURUCV I TETRAONI UNA STRANA PESCA CON LA LENZA.............................................................................................................64 3

CAPITOLO VII.........................................................................................................72 NAB NON ANCORA DI RITORNO LE RIFLESSIONI DEL GIORNALISTA LA CENA SI PREPARA UNA NOTTE CATTIVA LA TEMPESTA SPAVENTOSA SI PARTE NELLA NOTTE LOTTA CONTRO LA PIOGGIA E IL VENTOA OTTO MIGLIA DAL PRIMO ACCAMPAMENTO.........................................................................................72 CAPITOLO VIII....................................................................................................... 82 CYRUS SMITH VIVO? IL RACCONTO DI NAB LE IMPRONTE DI PASSI UNA QUESTIONE INSOLUBILE LE PRIME PAROLE DI CYRUS SMITH LA CONSTATAZIONE DELLE IMPRONTE IL RITORNO AI CAMINI PENCROFF ATTERRATO!..................................82 CAPITOLO IX..........................................................................................................92 CYRUS CON NOI! I TENTATIVI DI PENCROFF IL LEGNO STROFINATO ISOLA O CONTINENTE? I PROGETTI DELL'INGEGNERE SU QUALE PUNTO DELL'OCEANO PACIFICO? IN PIENA FORESTA IL PINO PINAIOLO UNA CACCIA AL CAPIBARA UN FUMO DI BUON AUGURIO...........................................92 CAPITOLO X......................................................................................................... 103 UN'INVENZIONE DELL'INGEGNERE IL PROBLEMA CHE PREOCCUPA CYRUS SMITH LA PARTENZA PER LA MONTAGNA LA FORESTA SUOLO VULCANICO I TRAGOPANI I MUFLONI IL PRIMO ALTIPIANO L'ACCAMPAMENTO PER LA NOTTE IL VERTICE DEL CONO..................................................................................103 CAPITOLO XI........................................................................................................113 AL VERTICE DEL CONO L'INTERNO DEL CRATERE IL MARE TUTTO INTORNO NESSUNA TERRA IN VISTA IL LITORALE A VOLO D'UCCELLO IDROGRAFIA E OROGRAFIA L'ISOLA ABITATA? BATTESIMO DELLE BAIE, DEI GOLFI, DEI PROMONTORI, DEI FIUMI, ECC. L'ISOLA DI LINCOLN...............................................113 CAPITOLO XII.......................................................................................................124 LA REGOLAZIONE DEGLI OROLOGI PENCROFF SODDISFATTO UN FUMO SOSPETTO IL CORSO DEL CREEK ROSSO LA FLORA DELL'ISOLA DI LINCOLN LA FUNA I FAGIANI DI MONTAGNA L'INSEGUIMENTO DEI CANGURI L'AGUTI IL LAGO GRANT RITORNO AI CAMINI.................................................................................. 124 CAPITOLO XIII..................................................................................................... 134 CI CHE SI TROVA SU TOP FABBRICAZIONE D'ARCHI E DI FRECCE UNA FORNACE IL FORNO DA STOVIGLIE DIVERSI UTENSILI DI CUCINA LA PRIMA PENTOLA L'ARTEMISIA LA CROCE DEL SUD UN'IMPORTANTE OSSERVAZIONE ASTRONOMICA.................134 CAPITOLO XIV.....................................................................................................145 LA MISURA DELLA MURAGLIA GRANITICA UN'APPLICAZIONE DEL TEOREMA DEI TRIANGOLI SIMILI LA LATITUDINE DELL'ISOLA 4

UNA ESCURSIONE A NORD UN BANCO D'OSTRICHE ~ PROGETTI PER L'AVVENIRE IL PASSAGGIO DEL SOLE AL MERIDIANO LE COORDINATE DELL'ISOLA DI LINCOLN.................................................145 CAPITOLO XV...................................................................................................... 155 LO SVERNAMENTO DEFINITIVAMENTE DECISO LA QUESTIONE METALLURGICA ESPLORAZIONE DELL'ISOLOTTO DELLA SALVEZZA LA CACCIA ALLE FOCHE CATTURA DI UN ECHIDNA IL KULA CI CHE SI CHIAMA METODO CATALANO FABBRICAZIONE DEL FERRO COME SI OTTIENE L'ACCIAIO........155 CAPITOLO XVI.....................................................................................................164 IL PROBLEMA DELL'ABITAZIONE NUOVAMENTE STUDIATO LE FANTASIE DI PENCROFF UN'ESPLORAZIONE A NORD DEL LAGO L'ORLO SETTENTRIONALE DELL'ALTIPIANO I SERPENTI L'ESTREMIT DEL LAGO INQUIETUDINI DI TOP TOP A NUOTO UN COMBATTIMENTO SOTT'ACQUA IL DUGONGO....................164 CAPITOLO XVII....................................................................................................173 VISITA AL LAGO LA CORRENTE INDICATRICE I PROGETTI DI CYRUS SMITH IL GRASSO DEL DUGONGO USO DELLE PIRITI SCHISTOSE IL SOLFATO DI FERRO COME SI FA LA GLICERINA IL SAPONE IL SALNITRO ACIDO SOLFORICO ACIDO NITRICO LA NUOVA CASCATA.............................................................173 CAPITOLO XVIII.................................................................................................. 184 PENCROFF NON DUBITA PI DI NULLA L'ANTICO SBOCCO DEL LAGO UNA DISCESA SOTTERRANEA LA STRADA ATTRAVERSO IL GRANITO TOP SCOMPARSO LA CAVERNA CENTRALE IL POZZO INFERIORE MISTERO A COLPI DI PICCONE IL RITORNO......................................................................................................184 CAPITOLO XIX.....................................................................................................193 IL PIANO DI CYRUS SMITH LA FACCIATA DI GRANITE-HOUSE LA SCALA DI CORDA I SOGNI DI PENCROFF LE ERBE AROMATICHE UNA CONIGLIERA NATURALE DERIVAZIONE DELLE ACQUE PER I BISOGNI DELLA NUOVA DIMORA LA VISTA CHE SI GODE DALLE FINESTRE DI GRANITE-HOUSE........................................................................................193 CAPITOLO XX...................................................................................................... 202 LA STAGIONE DELLE PIOGGE IL PROBLEMA DEI VESTITI UNA CACCIA ALLE FOCHE FABBRICAZIONE DELLE CANDELE LAVORI INTERNI NELLA GRANITE-HOUSE I DUE PONTICELLI RITORNO DA UNA VISITA AL BANCO DI OSTRICHE CI CHE HARBERT SI TROVA IN TASCA..................................................................202 CAPITOLO XXI.....................................................................................................210 ALCUNI GRADI SOTTO ZERO ESPLORAZIONE DELLA PARTE PALUDOSA DI SUD-EST I CULPEI VISTA DEL MARE 5

CONVERSAZIONE SULL'AVVENIRE DELL'OCEANO PACIFICO IL LAVORO INCESSANTE DEGLI INFUSORI CI CHE DIVERR IL GLOBO LA CACCIA LA PALUDE DELLE TADORNE.....................210 CAPITOLO XXII....................................................................................................219 LE TRAPPOLE LE VOLPI I PECARI SALTO DI VENTO A NORDOVEST TEMPESTA DI NEVE I PANIERAI I PI GRANDI FREDDI DELL'INVERNO LA CRISTALLIZZAZIONE DELLO ZUCCHERO D'ACERO IL POZZO MISTERIOSO L'ESPLORAZIONE PROGETTATA IL PALLINO DI PIOMBO..............................................219 PARTE SECONDA.............................................................................................231 L'ABBANDONATO............................................................................................231 CAPITOLO I...........................................................................................................231 A PROPOSITO DEL PALLINO DI PIOMBO LA COSTRUZIONE D'UNA PIROGA LE CACCE IN VETTA A UN KAURI NULLA CHE ATTESTI LA PRESENZA DELL'UOMO UNA PESCA DI NAB E DI HARBERT TARTARUGA CAPOVOLTA TARTARUGA SCOMPARSA SPIEGAZIONE DI CYRUS SMITH..............................................................231 CAPITOLO II..........................................................................................................241 PRIMA PROVA DELLA PIROGA UN RELITTO SULLA COSTA IL RIMORCHIO LA PUNTA DEL RELITTO INVENTARIO DELLA CASSA: ARNESI, ARMI, STRUMENTI, VESTITI, LIBRI, UTENSILI VARI QUELLO CHE MANCA A PENCROFF IL VANGELO UN VERSETTO DEL LIBRO SACRO.....................................................................................241 CAPITOLO III........................................................................................................252 LA PARTENZA LA MAREA MONTANTE OLMI E BAGOLARI PIANTE DIVERSE LO JACAMAR ASPETTO DELLA FORESTA GLI EUCALIPTI GIGANTI PERCH SI CHIAMANO ALBERI DELLA FEBBRE BRANCHI DI SCIMMIE LA CASCATA ACCAMPAMENTO PER LA NOTTE........................................................... 252 CAPITOLO IV........................................................................................................262 IN CAMMINO VERSO LA COSTA ALCUNI BRANCHI DI QUADRUMANI UN NUOVO CORSO D'ACQUA PERCH LA MAREA NON VI SI FA SENTIRE UNA FORESTA PER LITORALE IL PROMONTORIO DEL RETTILE GEDEON SPILETT FA INVIDIA AD HARBERT IL CREPITIO DEI BAMB................................................... 262 CAPITOLO V......................................................................................................... 273 PROPOSTA DI RITORNARE DAL LITORALE SUD CONFIGURAZIONE DELLA COSTA ALLA RICERCA DEL PRESUNTO NAUFRAGIO UN RELITTO IN ARIA SCOPERTA DI UN PICCOLO PORTO NATURALE A MEZZANOTTE SULLE SPONDE DEL MERCY UNA BARCA ALLA DERIVA................273 CAPITOLO VI........................................................................................................284 6

I RICHIAMI DI PENCROFF UNA NOTTE NEI CAMINI LA FRECCIA DI HARBERT PROGETTO DI CYRUS SMITH UNA SOLUZIONE INATTESA CI CHE ERA AVVENUTO A GRANITE-HOUSE COME UN NUOVO DOMESTICO ENTRA AL SERVIZIO DEI COLONI..............284 CAPITOLO VII.......................................................................................................295 PROGETTI DA METTERE IN ESECUZIONE UN PONTE SUL MERCY FARE UN'ISOLA DELL'ALTIPIANO DI BELLAVISTA IL PONTE LEVATOIO LA RACCOLTA DEL GRANO IL RUSCELLO I PONTICELLI LA CORTE PER GLI ANIMALI LA PICCIONAIA I DUE ONAGRI IL CARRO E I FINIMENTI ESCURSIONE A PORTO PALLONE.....................................................................................................295 CAPITOLO VIII..................................................................................................... 305 LA BIANCHERIA CALZATURE IN CUOIO DI FOCA FABBRICAZIONE DELLA PIROSSILINA DIVERSE SEMINE LA PESCA LE UOVA DI TARTARUGA PROGRESSI DI MASTRO JUP IL RECINTO CACCIA AI MUFLONI NUOVE RICCHEZZE VEGETALI E ANIMALI RICORDI DELLA PATRIA LONTANA................................305 CAPITOLO IX........................................................................................................315 IL CATTIVO TEMPO L'ASCENSORE IDRAULICO FABBRICAZIONE DEL VETRO PER VETRATE E OGGETTI VARI L'ALBERO DEL PANE FREQUENTI VISITE AL RECINTO AUMENTO DEL GREGGE UNA DOMANDA DEL GIORNALISTA LE COORDINATE ESATTE DELL'ISOLA DI LINCOLN PROPOSTA DI PENCROFF.......................315 CAPITOLO X......................................................................................................... 326 COSTRUZIONE DELL'IMBARCAZIONE SECONDO RACCOLTO DI GRANO CACCIA AI KULA UNA NUOVA PIANTA PI PIACEVOLE CHE UTILE UNA BALENA IN VISTA IL RAMPONE DEL VINEYARD SQUARTAMENTO DEL CETACEO USO DEI FANONI LA FINE DEL MESE DI MAGGIO PENCROFF NON HA PI NULLA DA DESIDERARE...............................................................................................326 CAPITOLO XI........................................................................................................336 L'INVERNO FOLLATURA DELLA LANA IL MULINO UN'IDEA FISSA DI PENCROFF LE STECCHE DI BALENA A CHE COSA PU SERVIRE UN ALBATRO IL COMBUSTIBILE DELL'AVVENIRE TOP E JUP URAGANI DANNI AL POLLAIO UN'ESCURSIONE ALLA PALUDE CYRUS SMITH SOLO ESPLORAZIONE DEL POZZO......336 CAPITOLO XII.......................................................................................................347 L'ATTREZZATURA DELL'IMBARCAZIONE UN ATTACCO DI VOLPI JUP FERITO JUP CURATO JUP GUARITO LA COSTRUZIONE DELLA BARCA FINITA TRIONFO DI PENCROFF IL BONADVENTURE PRIMA PROVA A SUD DELL'ISOLA UN DOCUMENTO INATTESO...........................................................................347 CAPITOLO XIII..................................................................................................... 360 7

PARTENZA DECISA IPOTESI PREPARATIVI I TRE PASSEGGERI PRIMA NOTTE SECONDA NOTTE L'ISOLA DI TABOR RICERCHE SULLA SPIAGGIA RICERCHE NEI BOSCHI NESSUNO ANIMALI PIANTE UN'ABITAZIONE DESERTA.......................360 CAPITOLO XIV.....................................................................................................370 INVENTARIO LA NOTTE ALCUNE LETTERE CONTINUAZIONE DELLE RICERCHE PIANTE E ANIMALI GRAVE PERICOLO CORSO DA HARBERT A BORDO LA PARTENZA CATTIVO TEMPO UN BARLUME D'ISTINTO PERDUTI IN MARE UN FUOCO ACCESO A PROPOSITO.................................................................................................370 CAPITOLO XV...................................................................................................... 381 IL RITORNO DISCUSSIONE FRA CYRUS SMITH E LO SCONOSCIUTO PORTO PALLONE LA DEVOZIONE DELL'INGEGNERE UN'ESPERIENZA COMMOVENTE SCORRONO ALCUNE LACRIME.381 CAPITOLO XVI.....................................................................................................390 UN MISTERO DA CHIARIRE LE PRIME PAROLE DELLO SCONOSCIUTO DODICI ANNI SULL'ISOLOTTO! CONFESSIONI CHE SFUGGONO LA SCOMPARSA FIDUCIA DI CYRUS SMITH COSTRUZIONE D'UN MULINO IL PRIMO PANE UN ATTO DI DEDIZIONE LE MANI ONESTE!............................................................390 CAPITOLO XVII....................................................................................................401 SEMPRE IN DISPARTE UNA DOMANDA DELLO SCONOSCIUTO LA FATTORIA COSTRUITA NEL RECINTO DODICI ANNI OR SONO! IL NOSTRO MO DEL BRITANNIA ABBANDONO NELL'ISOLA DI TABOR LA MANO DI CYRUS SMITH IL DOCUMENTO MISTERIOSO .......................................................................................................................401 CAPITOLO XVIII.................................................................................................. 412 CONVERSAZIONE CYRUS SMITH E GEDEON SPILETT UN'IDEA DELL'INGEGNERE IL TELEGRAFO ELETTRICO I FILI LA PILA L'AL FABETO BELLA STAGIONE PROSPERIT DELLA COLONIA FOTOGRAFIA UN EFFETTO DI NEVE DUE ANNI NELL'ISOLA DI LINCOLN...........................................................................412 CAPITOLO XIX.....................................................................................................422 RICORDI DELLA PATRIA LE FUTURE POSSIBILIT PROGETTO DI ESPLORAZIONE DELLE COSTE DELL'ISOLA PARTENZA IL 16 APRILE LA PENISOLA SERPENTINE VISTA DAL MARE I BASALTI DELLA COSTA OCCIDENTALE CATTIVO TEMPO VIENE LA NOTTE NUOVO INCIDENTE.................................................................422 CAPITOLO XX...................................................................................................... 433 LA NOTTE IN MARE IL GOLFO DEL PESCECANE CONFIDENZE PREPARATIVI PER L'INVERNO PRECOCIT DELLA CATTIVA STAGIONE GRANDI FREDDI LAVORI INTERNI DOPO SEI MESI UN NEGATIVO FOTOGRAFICO AVVENIMENTO INATTESO........433 8

PARTE TERZA...................................................................................................444 IL SEGRETO DELL'ISOLA.............................................................................444 CAPITOLO I...........................................................................................................444 ROVINA O SALVEZZA? AYRTON RICHIAMATO DISCUSSIONE IMPORTANTE NON IL DUNCAN BASTIMENTO SOSPETTO PRECAUZIONI NECESSARIE LA NAVE SI AVVICINA UNA CANNONATA IL BRIGANTINO GETTA L'ANCORA IN VISTA DELL'ISOLA .CALA LA NOTTE..............................................................444 CAPITOLO II..........................................................................................................455 DISCUSSIONI PRESENTIMENTI UNA PROPOSTA DI AYRTON VIENE ACCOLTA AYRTON E PENCROFF SULL'ISOLOTTO GRANT DEPORTATI DI NORFOLK LORO PROPOSITI TENTATIVO EROICO DI AYRTON SUO RITORNO SEI CONTRO CINQUANTA................455 CAPITOLO III........................................................................................................465 S'ALZA LA NEBBIA LE DISPOSIZIONI DELL'INGEGNERE TRE APPOSTAMENTI AYRTON E PENCROFF LA PRIMA LANCIA ALTRE DUE IMBARCAZIONI SULL'ISOLOTTO SEI DEPORTATI A TERRA IL BRIGANTINO LEVA L'ANCORA I PROIETTILI DELLO SPEEDY SITUAZIONE DISPERATA SOLUZIONE INATTESA....465 CAPITOLO IV........................................................................................................477 I COLONI SULLA SPIAGGIA AYRTON E PENCROFF LAVORANO AL RECUPERO DEI RESTI DEL BRIGANTINO CONVERSAZIONE DURANTE LA COLAZIONE I RAGIONAMENTI DI PENCROFF VISITA MINUZIOSA DELLO SCAFO DEL BRIGANTINO LA CALA DELLE POLVERI INTATTA LE NUOVE RICCHEZZE GLI ULTIMI ROTTAMI UN PEZZO DI CILINDRO SPEZZATO.................................477 CAPITOLO V......................................................................................................... 488 LE AFFERMAZIONI DELL'INGEGNERE LE GRANDIOSE IPOTESI DI PENCROFF UNA BATTERIA AEREA I QUATTRO PROIETTILI A PROPOSITO DEI DEPORTATI SUPERSTITI UN'ESITAZIONE DI AYRTON GENEROSI SENTIMENTI DI CYRUS SMITH PENCROFF S'ARRENDE A MALINCUORE.................................................................... 488 CAPITOLO VI........................................................................................................497 PROPOSITI DI SPEDIZIONE AYRTON NEL RECINTO VISITA A PORTO PALLONE OSSERVAZIONI FATTE DA PENCROFF A BORDO DEL BONADVENTURE DISPACCIO INVIATO AL RECINTO AYRTON NON RISPONDE PARTENZA DEL GIORNO DOPO - PERCH IL FILO NON FUNZIONA PI UNA DETONAZIONE..........................497 CAPITOLO VII.......................................................................................................507 IL GIORNALISTA E PENCROFF NEL RECINTO IL TRASPORTO DI HARBERT DISPERAZIONE DEL MARINAIO CONSULTO FRA IL GIORNALISTA E L'INGEGNERE METODO DI CURA RINASCE 9

QUALCHE SPERANZA COME AVVERTIRE NAB? UN MESSAGGERO SICURO E FEDELE LA RISPOSTA DI NAB................507 CAPITOLO VIII..................................................................................................... 516 I DEPORTATI NEI PRESSI DEL RECINTO - SISTEMAZIONE PROVVISORIA CONTINUAZIONE DELLA CURA DI HARBERT I PRIMI GIUBILI DI PENCROFF RIPENSANDO AL PASSATO CI CHE RISERVA L'AVVENIRE LE IDEE DI CYRUS SMITH IN PROPOSITO.................................................................................................516 CAPITOLO IX........................................................................................................521 SENZA NOTIZIE DI NAB PROPOSTA DI PENCROFF E DEL GIORNALISTA CHE NON VIENE ACCETTATA QUALCHE SORTITA DI GEDEON SPILETT UN BRANDELLO DI STOFFA UN MESSAGGIO PARTENZA PRECIPITOSA ARRIVO ALL'ALTIPIANO DI BELLAVISTA.................................................................................................521 CAPITOLO X......................................................................................................... 530 HARBERT TRASPORTATO A GRANITE-HOUSE NAB RACCONTA L'ACCADUTO VISITA DI CYRUS SMITH ALL'ALTIPIANO ROVINA E DEVASTAZIONE I COLONI DISARMATI DI FRONTE ALLA MALATTIA LA CORTECCIA DI SALICE UNA FEBBRE MORTALE TOP ABBAIA ANCORA!....................................................................................... 530 CAPITOLO XI........................................................................................................538 INESPLICABILE MISTERO LA CONVALESCENZA DI HARBERT LE PARTI DELL'ISOLA DA ESPLORARE PREPARATIVI DI PARTENZA PRIMA GIORNATA LA NOTTE SECONDA GIORNATA I KAURI LA COPPIA DI CASUARI IMPRONTE DI PASSI NELLA FORESTA ARRIVO AL PROMONTORIO DEL RETTILE.............................................538 CAPITOLO XII.......................................................................................................548 ESPLORAZIONE DELLA PENISOLA SERPENTINE ACCAMPAMENTO ALLA FOCE DEL FIUME DELLA CASCATA A SEICENTO PASSI DAL RECINTO RICOGNIZIONE OPERATA DA GEDEON SPILETT E PENCROFF LORO RITORNO TUTTI AVANTI! UNA PORTA APERTA UNA FINESTRA ILLUMINATA AL CHIARO DI LUNA!....548 CAPITOLO XIII..................................................................................................... 558 IL RACCONTO DI AYRTON I PROGETTI DEI SUOI COMPLICI DVN TEMPO LORO SISTEMAZIONE AL RECINTO IL GIUSTIZIERE DELL'ISOLA DI LINCOLN IL BONADVENTURE RICERCHE INTORNO AL MONTE FRANKLIN LE VALLI SUPERIORI ROMBI SOTTERRANEI UNA RISPOSTA DI PENCROFF IN FONDO AL CRATERE RITORNO...............................................................................558 CAPITOLO XIV.....................................................................................................569 SONO PASSATI TRE ANNI IL PROBLEMA DELLA NUOVA NAVE LA DECISIONE PROSPERIT DELLA COLONIA IL CANTIERE DI COSTRUZIONE I FREDDI DELL'EMISFERO AUSTRALE 10

PENCROFF SI RASSEGNA IL BUCATO IL MONTE FRANKLIN....569 CAPITOLO XV...................................................................................................... 579 IL RISVEGLIO DEL VULCANO LA BELLA STAGIONE RIPRESA DEI LAVORI LA SERATA DEL 15 OTTOBRE UN TELEGRAMMA UNA DOMANDA UNA RISPOSTA PARTENZA PER IL RECINTO L'AVVERTENZA IL FILO SUPPLEMENTARE LA COSTA DI BASALTO CON L'ALTA MAREA CON LA BASSA MAREA LA CAVERNA UNA LUCE ABBAGLIANTE..................................................579 CAPITOLO XVI.....................................................................................................592 IL CAPITANO NEMO LE SUE PRIME PAROLE LA STORIA DI UN EROE DELL'INDIPENDENZA L'ODIO PER GLI INVASORI I SUOI COMPAGNI LA VITA SOTTOMARINA SOLO L'ULTIMO RIFUGIO DEL NAUTILUS ALL'ISOLA DI LINCOLN IL GENIO MISTERIOSO DELL'ISOLA................................................................................................. 592 CAPITOLO XVII....................................................................................................602 LE ULTIME ORE DEL CAPITANO NEMO LE VOLONT VI UN MORENTE UN PENSIERO PER I SUOI AMICI D'UN TEMPO LA BARA DEL CAPITANO NEMO ALCUNI CONSIGLI AI COLONI IL MOMENTO SUPREMO IN FONDO AL MARE......................................602 CAPITOLO XVIII.................................................................................................. 610 LE RIFLESSIONI DI CIASCUNO RIPRESA DEI LAVORI DI COSTRUZIONE IL PRIMO GENNAIO 1869 UN PENNACCHIO IN CIMA AL VULCANO PRIMI SINTOMI DI UN'ERUZIONE AYRTON E CYRUS SMITH AL RECINTO ESPLORAZIONE NELLA CRIPTA DAKKAR QUEL CHE IL CAPITANO NEMO AVEVA DETTO ALL'INGEGNERE.........................................................................................610 CAPITOLO XIX.....................................................................................................623 CYRUS SMITH RACCONTA LA SUA ESPLORAZIONE VENGONO INTENSIFICATI I LAVORI DI COSTRUZIONE UN'ULTIMA VISITA AL RECINTO BATTAGLIA TRA IL FUOCO E L'ACQUA CI CHE RIMANE SULLA SUPERFICIE DELL'ISOLA SI DECIDE DI VARARE LA NAVE LA NOTTE DALL'8 AL 9 MARZO.................................................623 CAPITOLO XX...................................................................................................... 635 UNO SCOGLIO ISOLATO SUL PACIFICO L'ULTIMO RIFUGIO DEI COLONI DELL'ISOLA DI LINCOLN LA MORTE IN PROSPETTIVA IL SOCCORSO INATTESO PERCH E COME ARRIVA L'ULTIMO BENEFICIO UN'ISOLA IN TERRAFERMA LA TOMBA DEL CAPITANO NEMO....................................................................................... 635 SPIEGAZIONE DEI TERMINI MARINARESCHI USATI IN QUESTO LIBRO...............................................................................................................641 A........................................................................................................................ 641 B.........................................................................................................................643 C.........................................................................................................................644 11

D........................................................................................................................ 646 F.........................................................................................................................646 G........................................................................................................................ 647 I..........................................................................................................................648 L.........................................................................................................................648 M........................................................................................................................648 O........................................................................................................................ 650 P.........................................................................................................................650 Q........................................................................................................................ 651 R.........................................................................................................................652 S.........................................................................................................................652 T.........................................................................................................................653 V........................................................................................................................ 654 Z.........................................................................................................................655

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PRESENTAZIONEQuesto straordinario romanzo presenta non poche analogie con Robinson Crusoe, dello scrittore inglese Defoe, di cui Verne era un grande ammiratore. Anche qui, la situazione press'a poco la stessa: alcuni naufraghi approdano fortunosamente su un'isola deserta e lottano disperatamente per sopravvivere. Ma se Robinson, di fronte alla natura selvaggia, incarnava l'uomo del '700, che si industria come pu, ricorrendo ai piccoli espedienti suggeritigli dalla ragione, senza altri strumenti che le proprie mani, i cinque naufraghi protagonisti di questo libro incarnano la nuova idea dell'uomo scientifico qual era concepito nella seconda met dell'800, l'uomo che domina ormai la natura in virt di una tecnologia progredita che gli permette di trasformare rapidamente un'isola selvaggia in una colonia civile. Non a caso Robinson un uomo comune, un marinaio, ed solo, a lottare contro le forze cieche della natura, mentre qui siamo d fronte a una vera e propria quipe, composta da persone di estrazione e di competenze diverse, ma guidata da un ingegnere e scienziato, Cyrus Smith. Il punto di partenza della grande avventura Richmond, una cittadina americana degli Stati del Sud, durante il periodo della guerra di Secessione. Di qui, realizzando un audacissimo progetto, cinque prigionieri dei sudisti riescono ad evadere, servendosi di un pallone aerostatico; giunto sull'oceano, l'aerostato viene investito da una tromba marina e i cinque vengono sbattuti su un'isola sconosciuta. Sono soli, senza mezzi, esposti a tutti i pericoli. Come Robinson. Ma li guida un ingegnere, un tecnico, il quale, sfruttando le proprie conoscenze scientifiche, li aiuta a rifarsi una vita il pi possibile confortevole, fabbricando addirittura la nitroglicerina e costruendo un telegrafo elettrico... Eppure, su quell'isola selvaggia, che i naufraghi hanno ormai battezzato con il nome di Lincoln, avvengono alcuni fatti misteriosi, quasi che una invisibile presenza sorvegliasse momento per13

momento la vita di quegli infelici. E il primo segno inquietante la scoperta in mare di una bottiglia con un messaggio. Sull'isola Tabor, a qualche centinaia di miglia dice il messaggio c' un altro naufrago... a questo punto che la vicenda si salda ai due libri precedenti, I figli del capitano Grant e Ventimila leghe sotto i mari, i quali, insieme con questo, compongono una specie di trilogia del mare. Quel naufrago, ch'essi trovano sull'isola Tabor, Ayrton, il pericoloso evaso che lord Glenarvan - come appunto si narra ne I figli del capitano Grant - ha abbandonato sull'isola, per punirlo d'aver tentato d'impossessarsi del Duncan. I nostri protagonisti lo trovano ormai abbrutito e ridotto allo stato selvaggio e durano non poca fatica per ricondurlo a condizioni di vita umana e civile. Ma c' un'altra sorpresa, ancora pi strana e affascinante. In un luogo remoto dell'isola, in cupe grotte basaltiche dove il mare si insinua spumeggiando, essi scorgono la scura sagoma del Nautilus e fanno conoscenza con il capitano Nemo. Cos, finalmente, sono in grado di dare un corpo a quella presenza benefica e invisibile che avevano pi volte avvertita sull'isola. Il capitano Nemo, l'enigmatico protagonista di Ventimila leghe sotto i mari, ormai allo stremo delle forze. Essi ne ascoltano in silenzio le ultime volont, assistono alla sua morte, quindi lo seppelliscono, com' suo desiderio, nel mostro d'acciaio, il Nautilus, che lentamente sprofonda negli abissi. Siamo ormai alle ultime battute del grande e complesso romanzo. Il Duncan, che appare nelle prime pagine de I figli del capitano Grant, si profila veloce all'orizzonte e riporta finalmente in patria, dopo lunghi anni di esilio, i poveri naufraghi. Apparso la prima volta nel 1875, il romanzo conclude la trilogia del mare, spiegando motivi e personaggi che nei due precedenti volumi erano rimasti per cos dire allo stato di abbozzo, in un drammatico e contrastato chiaroscuro. E tale spiegazione non ha soltanto valore sul piano della vicenda romanzesca, ma, assai pi a fondo, acquista valore sul piano psicologico e morale. Si direbbe che Verne abbia voluto qui dissipare ogni ombra sui protagonisti pi enigmatici dell'intera vicenda. Primo fra tutti il capitano Nemo, che nelle pagine finali di questo libro si riscatta del proprio operato.14

Ormai vecchio, prossimo alla morte, egli rievoca la sua tragica storia e vi d un senso. E persino dopo la sua morte, i naufraghi beneficiano di un suo ultimo gesto di piet e di bont. Si deve infatti a lui se il Duncan riesce a rintracciarli e a condurli in salvo. L'altro personaggio che si illumina di una luce nuova e positiva Ayrton. L'avevamo conosciuto come un pericoloso avventuriero, capace di tutto, senza scrupoli. Giustamente lord Glenarvan si era disfatto di lui, abbandonandolo tutto solo sull'isolotto sperduto nell'oceano. Qui lo incontriamo come un essere abbrutito dall'isolamento, un essere che ha persino perduto la coscienza della propria umanit. Ma avviene il miracolo. A contatto con i naufraghi, la sua coscienza affiora lentamente dalla barbarie ed egli ritorna uomo attraverso il rimorso. Le lacrime che riempiono i suoi occhi, al ricordo del male che ha commesso, lo restituiscono, puro e redento, alla societ dei vivi. Questo romanzo non solo il nuovo Robinson che vede il trionfo della scienza, ma anche il nuovo Robinson che vede il trionfo della morale, secondo un concetto ottimistico in cui scienza e morale non sono che due momenti diversi di un'unica realt: la realt dell'uomo. Un romanzo, dunque, non solo grandioso e avvincente per la sua trama avventurosa, ma anche conclusivo e significativo per gli alti ideali che lo ispirano e che gettano una luce tutta particolare sullo scrittore e sulla sua epoca. Sarebbe assai curioso e interessante, a questo proposito, prendere in considerazione anche due altri romanzi verniani che, pur non avendo nulla a che fare con la gi citata trilogia del mare, sono in diretto contatto con il fecondo filone dei Robinson. Ricordiamo prima di tutto La scuola dei Robinson (1882) dove sull'avventura prevale insolitamente lo spirito umoristico e grottesco di Verne; ma in modo del tutto particolare ricordiamo Seconda patria (1900), l'ideale continuazione de Il Robinson svizzero di Johann David Wyss, passato alla storia anche per il film che prendendosi non poche libert ne trasse quel mago dei cartoni animati che fu Walt Disney, Robinson nell'isola dei corsari. Senza dubbio L'isola misteriosa costituisce di per s un modello unico, del tutto autonomo, superiore ad ogni esempio precedente;15

tuttavia, pur nella sua singolare bellezza, appartiene anch'essa alla famiglia dei Robinson, alla famiglia di quegli avventurosi pionieri che dalla solitudine hanno tratto vigore e speranza per un mondo nuovo.

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JULES VERNE nacque a Nantes, l'8 febbraio 1828. A undici anni, tentato dallo spirito d'avventura, cerc di imbarcarsi clandestinamente sulla nave La Coralie, ma fu scoperto per tempo e ricondotto dal padre. A vent'anni si trasfer a Parigi per studiare legge, e nella capitale entr in contatto con il miglior mondo intellettuale dell'epoca. Frequent soprattutto la casa di Dumas padre, dal quale venne incoraggiato nei suoi primi tentativi letterari. Intraprese dapprima la carriera teatrale, scrivendo commedie e libretti d'opera; ma lo scarso successo lo costrinse nel 1856 a cercare un'occupazione pi redditizia presso un agente di cambio a Parigi. Un anno dopo sposava Honorine Morel. Nel frattempo entrava in contatto con l'editore Hetzel di Parigi e, nel 1863, pubblicava il romanzo Cinque settimane in pallone. La fama e il successo giunsero fulminei. Lasciato l'impiego, si dedic esclusivamente alla letteratura e un anno dopo l'altro - in base a un contratto stipulato con l'editore Hetzel - venne via via pubblicando i romanzi che compongono l'imponente collana dei Viaggi straordinari - I mondi conosciuti e sconosciuti e che costituiscono il filone pi avventuroso della sua narrativa. Viaggio al centro della Terra, Dalla Terra alla Luna, Ventimila leghe sotto i mari, L'isola misteriosa, Il giro del mondo in 80 giorni, Michele Strogoff sono i titoli di alcuni fra i suoi libri pi famosi. La sua opera completa comprende un'ottantina di romanzi o racconti lunghi, e numerose altre opere di divulgazione storica e scientifica. Con il successo era giunta anche l'agiatezza economica, e Verne, nel 1872, si stabil definitivamente ad Amiens, dove continu il suo lavoro di scrittore, conducendo, nonostante la celebrit acquistata, una vita semplice e metodica. La sua produzione letteraria ebbe termine solo poco prima della morte, sopravvenuta a settantasette anni, il 24 marzo 1905.

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L'ISOLA MISTERIOSA

1) Granite-House 2) Camini 3) Altipiano di Bellavista 4) Recinto 5) Forno da stoviglie 6) Cascata 7) Bocca di scarico 8) Cripta Dakkar 9) Ponte sul Mercy 10) Grotta delle dune 11) Banco d'ostriche 12) Creek Glicerina 18

13) Caverna dei giasuari 14) Giacimenti di carbone e ferro.

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Parte Prima I NAUFRAGHI DELL'ARIACAPITOLO IL'URAGANO DEL 1865 GRIDA NELL'ARIA UN PALLONE TRAVOLTO DA UNA TROMBA D'ARIA L'INVOLUCRO LACERATO SOLTANTO IL MARE IN VISTA CINQUE PASSEGGERI CHE COSA AVVIENE NELLA NAVICELLA TERRA ALL'ORIZZONTE L'EPILOGO DEL DRAMMA RISALIAMO? No! Al contrario! Scendiamo! Peggio ancora, signor Cyrus! Precipitiamo! - Mio Dio! Gettate zavorra! Ecco vuotato l'ultimo sacco! Il pallone si rialza? No! Sento un rumoreggiare di onde! Sfido! Abbiamo il mare sotto la navicella! L'acqua dev'essere a meno di cinquecento piedi sotto di noi! Allora una voce possente lacer l'aria, e risuonarono queste parole: Via tutto quello che pesa! Via tutto!... E affidiamoci alla20

Provvidenza divina! Queste parole echeggiavano seccamente nell'aria al di sopra di quel vasto deserto d'acqua che il Pacifico, verso le quattro del pomeriggio del 23 marzo 1865. Nessuno ha certamente dimenticato il terribile uragano di nordest, che si scaten nel periodo dell'equinozio di quell'anno, durante il quale il barometro scese a settecentodieci millimetri. Esso dur ininterrottamente dal 18 al 26 marzo. I disastri ch'esso produsse furono immensi in America, in Europa, in Asia, su una zona di 1800 miglia di larghezza, intersecante obliquamente l'Equatore, dal trentacinquesimo parallelo nord fino al quarantesimo parallelo sud! Citt sconvolte, intere foreste sradicate, spiagge devastate da montagne d'acqua che si precipitavano come controcorrenti di marea, bastimenti gettati sulla costa, che, dai rilievi del Bureau Veritas, si contarono a centinaia; territori interi furono spianati da cicloni che spazzavano tutto sul loro passaggio, parecchie migliaia di persone vennero sepolte dalle rovine in terra o inghiottite dal mare: tali furono le testimonianze che quell'uragano formidabile lasci della sua furia. Esso super per i suoi disastrosi effetti gli uragani che devastarono spaventosamente l'Avana e la Guadalupa, l'uno il 25 ottobre 1810, l'altro il 26 luglio 1825. Mentre sulla terra e sul mare avvenivano tante catastrofi, un dramma, non meno emozionante, si svolgeva nell'aria sconvolta. Infatti, un pallone, portato come una palla al vertice di una tromba e preso nel movimento circolare della colonna d'aria, percorreva lo spazio con una velocit di novanta miglia all'ora, 1 girando su se stesso, come se fosse stato afferrato da qualche maelstrm aereo. Sotto l'appendice inferiore di questo pallone oscillava una navicella, che conteneva cinque passeggeri, appena visibili in mezzo agli spessi vapori, misti ad acqua polverizzata, che si trascinavano fin sulla superficie dell'oceano. Da dove veniva questo aerostato, vero balocco in balia della spaventosa tempesta? Da quale punto del pianeta si era sollevato? Evidentemente, era impossibile che fosse partito mentre1

Ossia, 46 m al secondo, o 165 chilometri all'ora (circa quarantadue leghe di 4 chilometri). 21

imperversava l'uragano. Ora, l'uragano durava gi da cinque giorni, poich i suoi primi sintomi s'erano manifestati il 18 marzo. Si poteva dunque pensare che quel pallone venisse da molto lontano, giacch non aveva certo dovuto percorrere meno di duemila miglia ogni ventiquattro ore. A ogni modo, i passeggeri non avevano potuto avere a loro disposizione alcun mezzo per valutare il cammino percorso dalla loro partenza, perch mancava loro ogni punto di riferimento. E doveva pure verificarsi il fatto curioso che, travolti dalla violenza della tempesta, essi non la subivano. Si spostavano, giravano su se stessi, senza nulla risentire di questa rotazione, n del loro spostamento in senso orizzontale. I loro occhi non potevano penetrare la fitta nebbia che s'accumulava sotto la navicella. Attorno a essi tutto era bruma. L'opacit delle nubi era tale ch'essi non avrebbero potuto dire se fosse giorno o notte. Nessun riflesso di luce, nessun segno di terre abitate, nessun mugghio dell'oceano doveva essere pervenuto sino a loro in quell'immensit oscura, finch s'erano tenuti nelle zone alte. Soltanto la rapida discesa li aveva resi consapevoli dei pericoli che correvano al di sopra dei flutti. Intanto il pallone, alleggerito degli oggetti pesanti, come munizioni, armi, provviste, s'era rialzato sino agli strati superiori dell'atmosfera, a un'altezza di quattromilacinquecentopiedi. I passeggeri, avendo constatato che sotto la navicella c'era il mare, e giudicando esservi meno pericoli da temere in alto che in basso, non avevano esitato a gettar via tutti gli oggetti, compresi i pi utili; essi si sforzavano di non perdere nulla di quel gas, anima del loro apparecchio, che ancora li sosteneva sopra l'abisso. La notte pass fra inquietudini che sarebbero state mortali per anime meno energiche. Poi si fece giorno e, col giorno, l'uragano sembr moderarsi alquanto. Fin dall'inizio di quella giornata del 24 marzo, si ebbe qualche sintomo che la situazione andava migliorando. All'alba, le nubi, pi rarefatte, erano risalite nel cielo. In poche ore la tromba d'aria si dilat e s'infranse. Il vento pass dall'uragano al vento forte, vale a dire la velocit di traslazione degli strati atmosferici si ridusse della met. Restava ancora quello che i marinai chiamano una brezza da tre mani di terzarolo; ma il22

miglioramento verificatosi nella perturbazione degli elementi non fu perci meno considerevole. Verso le undici la parte pi bassa dell'atmosfera si era alquanto schiarita. L'aria era di una limpidit umida, come quella che si vede, e anche si sente, dopo il passaggio dei grandi fenomeni atmosferici. Non pareva che la tempesta si fosse allontanata verso ovest. Sembrava che si fosse esaurita da sola. Forse, dopo la rottura della tromba, si era sfaldata in strati elettrici, cos come accade talvolta ai tifoni dell'Oceano Indiano. Ma, verso quella medesima ora, si sarebbe potuto constatare che il pallone scendeva di nuovo lentamente, ma continuamente, negli strati inferiori dell'aria. Sembrava, inoltre, che si sgonfiasse a poco a poco e che il suo involucro si allungasse distendendosi, passando, cio, dalla forma sferica alla forma ovoidale. Verso mezzogiorno, l'aerostato si librava a soli duemila piedi sul mare. Esso stazzava cinquantamila piedi cubi 2 e, grazie a questa sua capacit, aveva evidentemente potuto mantenersi a lungo nell'aria, sia che avesse raggiunto grandi altezze, sia che si fosse spostato seguendo una direzione orizzontale. I passeggeri gettarono gli ultimi oggetti, che appesantivano ancora la navicella, i pochi viveri che avevano conservati, tutto insomma, persino i minuscoli utensili di cui erano piene le loro tasche e uno di loro, issandosi sul cerchio in cui si riunivano tutte le funi della rete, cerc di legare solidamente l'appendice inferiore dell'aerostato. Era evidente che i passeggeri non potevano pi mantenere il pallone nelle regioni elevate dell'aria e che mancava loro il gas! Erano dunque perduti! Infatti, quel che si stendeva sotto di essi non era n un continente n un'isola. Lo spazio non offriva un solo punto d'atterraggio, una sola superficie solida sulla quale la loro ncora potesse prendere. Era il mare immenso, le cui onde si urtavano ancora con incomparabile violenza! Era l'oceano senza limiti visibili, anche per loro che lo dominavano dall'alto e i cui sguardi si estendevano per un raggio di quaranta miglia! Era una pianura liquida, battuta senza piet, sferzata dall'uragano, che doveva loro apparire come una2

Circa 1.700 metri cubi. 23

cavalcata di onde scapigliate, sulle quali fosse stata gettata una vasta rete di creste bianche! Non una terra in vista, non un'imbarcazione! Bisognava, dunque, arrestare a ogni costo il movimento discendente, per impedire che l'aerostato venisse inghiottito dai flutti. Evidentemente, i passeggeri della navicella erano appunto impegnati in questa urgente operazione. Ma, nonostante i loro sforzi, il pallone s'abbassava sempre pi, muovendosi contemporaneamente, con estrema celerit, secondo la direzione del vento, cio da nord-est a sud-ovest. Che terribile situazione per quei disgraziati! Essi, evidentemente, non riuscivano pi a comandare l'aerostato. Tutti i loro tentativi rimanevano vani. L'involucro del pallone si sgonfiava sempre pi. Il gas ne usciva, senza che fosse possibile trattenerlo in alcun modo. La discesa si accelerava visibilmente e, un'ora dopo mezzogiorno, la navicella era sospesa a non pi di seicento piedi sopra l'oceano. Tutto questo accadeva perch era impossibile impedire la fuga del gas, che fuorusciva liberamente da una spaccatura dell'involucro. Alleggerendo la navicella di tutto quanto conteneva, i passeggeri avevano potuto prolungare per alcune ore la loro sospensione nell'aria. Ma la catastrofe inevitabile non poteva cos che essere ritardata, e se non fosse apparsa qualche terra prima che sopraggiungesse la notte, passeggeri, navicella e pallone sarebbero definitivamente scomparsi nelle onde. La sola manovra che ancora restasse da fare fu eseguita. I passeggeri dell'aerostato erano, evidentemente, gente energica, che sapeva guardare in faccia la morte. Non si sarebbe udito un solo lamento sfuggire dalle loro labbra. Erano decisi a lottare fino all'ultimo istante, e a fare tutto il possibile per ritardare la caduta. La navicella non era che una specie di grande paniere di vimini, inadatta a galleggiare, e non vi era alcuna possibilit di mantenerla sulla superficie del mare, se vi fosse caduta. Alle due dopo mezzogiorno l'aerostato era appena a quattrocento piedi sopra le onde. In quel momento una voce maschia - la voce di un uomo dal cuore inaccessibile alla paura - si fece udire. A quella voce risposero altre voci non meno energiche.24

stato gettato tutto? No! Ci sono ancora diecimila franchi d'oro! Un pesante sacco cadde subito in mare. Il pallone si rialza? Un poco, ma non tarder a ricadere! Che cosa resta da gettar fuori? Niente! S... la navicella! Appendiamoci alla rete! E a mare la navicella! Questo era veramente il solo e ultimo mezzo per alleggerire l'aerostato. Le funi che tenevano sospesa la navicella al cerchio vennero tagliate e l'aerostato si rialz di duemila piedi. I cinque passeggeri s'erano issati sulla rete, sopra il cerchio, e si tenevano aggrappati al reticolato delle maglie, guardando l'abisso. Si sa di quale sensibilit statica sono dotati gli aerostati. Basta sbarazzarli del pi piccolo oggetto per provocarne lo spostamento in senso verticale. L'apparecchio, ondeggiando nell'aria, si comporta come una bilancia di matematica precisione. Si capisce, quindi, che quando esso viene liberato da un peso relativamente notevole, il suo movimento notevole e brusco. Cos accadde infatti in questa occasione. Ma, dopo essersi un istante librato nelle regioni superiori dell'aria, il pallone cominci a ridiscendere. Il gas sfuggiva attraverso lo squarcio che era impossibile riparare. I passeggeri avevano fatto tutto quanto avevano potuto. Nessuna forza umana poteva salvarli ormai. Dovevano solo sperare nell'aiuto di Dio. Alle quattro il pallone non era che a cinquecento piedi dalla superficie delle acque. Un latrato si fece sentire. Un cane accompagnava i passeggeri e si teneva aggrappato, vicino al suo padrone, alle maglie della rete. Top ha visto qualcosa grid uno dei passeggeri. Subito dopo si sent gridare ad alta voce: Terra! Terra! Il pallone, che il vento non cessava di trascinare verso sud-ovest, aveva percorso, dall'alba, una distanza considerevole, che si poteva25

calcolare a centinaia di miglia, e una terra piuttosto elevata stava, infatti, apparendo in quella direzione. Ma quella terra si trovava ancora a trenta miglia sotto vento. Non ci voleva meno di un'ora abbondante per raggiungerla, a condizione di non derivare. Un'ora! Il pallone non si sarebbe vuotato prima di tutto il gas che ancora conteneva? Questa era la terribile domanda che i passeggeri si rivolgevano! Essi vedevano distintamente quel punto solido che bisognava raggiungere a ogni costo. Ignoravano bens se esso fosse isola/o continente, giacch era molto se sapevano verso quale parte del mondo l'uragano li aveva trascinati. Ma a quella terra, fosse abitata o no, dovesse essere ospitale o no, bisognava arrivare! Ora, alle quattro, era evidente che il pallone non poteva pi sostenersi. Sfiorava la superficie del mare. Gi la cresta delle enormi onde aveva pi volte lambito la parte inferiore della rete, appesantendola ancor pi, e l'aerostato non si sollevava che a met, come un uccello colpito nell'ala da una scarica di piombo. Mezz'ora pi tardi, la terra non era che a un miglio di distanza, ma il pallone, esaurito, floscio, allungato e tutto pieghe, conservava ancora un po' di gas solo nella parte superiore. I passeggeri, aggrappati alla rete, pesavano troppo, e ben presto, a met immersi nel mare, furono sferzati dalle onde furiose. L'involucro dell'aerostato prese allora la forma di una borsa e il vento, penetrando con violenza nelle pieghe, lo spinse come una nave che abbia il vento in poppa. Forse quell'impeto lo avrebbe avvicinato alla costa! L'apparecchio non distava dalla costa che due gomene, quando risuonarono grida terribili, uscite da quattro petti contemporaneamente. Il pallone, che sembrava non doversi pi rialzare, aveva fatto ancora un balzo inatteso, dopo essere stato colpito da una violentissima ondata. Come se fosse stato sbarazzato improvvisamente di una parte del suo peso, risal a un'altezza di millecinquecento piedi, dove incontr una specie di risucchio, che, invece di portarlo direttamente sulla costa, gli fece seguire una direzione quasi parallela. Infine, due minuti dopo, il pallone si riavvicin alla costa obliquamente e ricadde finalmente sulla sabbia del lido, fuori della portata delle onde.26

I passeggeri, aiutandosi a vicenda, riuscirono a liberarsi dalle maglie della rete. Il pallone, alleggerito del loro peso, fu riafferrato dal vento e, come un uccello ferito che ritrova un attimo di vita, disparve nello spazio. La navicella aveva contenuto cinque passeggeri, pi un cane, e il pallone non ne gettava che quattro sulla spiaggia. Il passeggero mancante era stato evidentemente portato via dall'ultima ondata, che aveva colpito la rete permettendo all'aerostato cos alleggerito di risalire un'ultima volta, e di raggiungere, qualche istante dopo, la terra. Appena i quattro naufraghi - si pu dar loro questo nome - ebbero posto piede sulla terra, pensando all'assente, gridarono tutti: Forse tenta di approdare a nuoto! Salviamolo! Salviamolo!

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CAPITOLO IIUN EPISODIO DELLA GUERRA DI SECESSIONE L'INGEGNER CYRUS SMITH GEDEON SPILETT IL NEGRO NAB IL MARINAIO PENCROFF IL GIOVANE HARBERT UNA PROPOSTA INATTESA UN CONVEGNO ALLE DIECI DI SERA PARTENZA NELLA TEMPESTANON ERANO aeronauti di professione, n dilettanti di spedizioni aeree, coloro che l'uragano aveva gettato su quella costa. Erano dei prigionieri di guerra, che l'audacia aveva spinti a fuggire in circostanze straordinarie! Cento volte avrebbero dovuto perire! Cento volte il loro pallone lacerato avrebbe dovuto precipitarli nell'abisso! Ma il cielo li serbava a uno strano destino; e il 20 marzo, dopo essere fuggiti da Richmond, assediata dalle truppe del generale Ulysses Grant, essi si trovavano a settemila miglia da questa capitale della Virginia, la principale piazzaforte dei separatisti, durante la terribile guerra di Secessione. La loro navigazione aerea era durata cinque giorni. Ecco, d'altronde, in quali curiose circostanze aveva avuto luogo l'evasione dei prigionieri, che sarebbe finita, come sappiamo, in modo cos catastrofico. In quello stesso anno 1865, nel mese di febbraio, in uno dei colpi di mano che il generale Grant tent - ma inutilmente - per impadronirsi di Richmond, parecchi suoi ufficiali caddero nelle mani del nemico e vennero internati nella citt. Uno dei pi ragguardevoli fra coloro che furono presi apparteneva allo stato maggiore federale e si chiamava Cyrus Smith. Cyrus Smith, originario del Massachusetts, era un ingegnere, uno scienziato di prim'ordine, al quale il Governo dell'Unione aveva28

affidato, durante la guerra, la direzione delle ferrovie, il cui compito strategico fu considerevole. Vero americano del nord, magro, ossuto, stretto di fianchi, quarantacinquenne, circa, egli era gi grigio; aveva barba e capelli rasati, e baffi molto folti. Aveva una di quelle belle teste numismatiche, che sembrano fatte apposta per essere coniate in medaglie; gli occhi ardenti, la bocca seria, la fisionomia di uno scienziato della scuola militare. Era uno di quegli ingegneri che avevan voluto cominciare maneggiando il martello e il piccone, come quei generali che hanno voluto esordire da semplici soldati. Cos, pari alle risorse dell'intelletto, egli possedeva la suprema abilit della mano. I suoi muscoli erano ben allenati. Vero uomo d'azione e, nello stesso tempo, uomo di pensiero, agiva senza alcuno sforzo, sotto l'impulso di una grande vitalit, avendo quella vivace pertinacia che sfida ogni avversit della fortuna. Istruitissimo, praticissimo, pieno di risorse, era un temperamento fiero, giacch, pur restando padrone di s, in qualsiasi circostanza, egli soddisfaceva al massimo grado a quelle tre condizioni che insieme determinano l'energia umana: attivit di mente e di corpo, impetuosit di desideri, potenza di volont. E suo motto avrebbe potuto essere quello di Guglielmo d'Orange nel XVII secolo: Non ho bisogno di sperare per tentare, n di riuscire per perseverare. Inoltre, Cyrus Smith era il coraggio personificato. Aveva partecipato a tutte le battaglie durante la guerra di Secessione. Dopo aver esordito sotto Ulysses Grant nei volontari dell'Illinois, s'era battuto a Paducah, a Belmont, a Pittsburg-Landing, all'assedio di Corinth, a Port-Gibson, al Black River, a Chattanoga, a Wilderness, sul Potomac, ovunque e valorosamente, da soldato degno di un generale, che rispondeva: Non conto mai i miei morti. E cento volte Cyrus Smith avrebbe dovuto essere nel numero di quelli che il terribile Grant non contava, ma in tutti quei combattimenti, ove egli non si risparmiava certo, la sorte lo aveva sempre favorito, fino al momento in cui fu ferito e preso sul campo di battaglia di Richmond. Contemporaneamente a Cyrus Smith, nello stesso giorno, un altro personaggio importante cadeva nelle mani dei sudisti. Era niente meno che l'onorevole Gedeon Spilett, corrispondente del New York Herald, che era stato incaricato di seguire le peripezie della guerra29

con gli eserciti del Nord. Gedeon Spilett era della razza di quei meravigliosi cronisti inglesi o americani, degli Stanley e altri simili, che non indietreggiano davanti a nulla pur di ottenere un'informazione esatta, da trasmettere al loro giornale nel pi breve tempo. I giornali dell'Unione, come per esempio il New York Herald, costituiscono delle vere e proprie potenze e i loro delegati sono rappresentanti con i quali bisogna fare i conti. Gedeon Spilett era in prima fila fra questi. Uomo di grande merito, pronto e preparato a tutto, ricco d'idee, uomo che aveva girato il mondo intero, soldato e artista, energico nei giudizi, risoluto nell'azione, noncurante di dolori, fatiche e pericoli, quando si trattava di sapere, per s prima, per il suo giornale poi, vero eroe della curiosit, dell'informazione, dell'inedito, dello sconosciuto, dell'impossibile, egli era uno di quegli intrepidi osservatori che scrivono sotto il fuoco, fanno la cronaca in mezzo al fragore delle cannonate e per i quali tutti i pericoli sono buone fortune. Egli pure aveva preso parte a tutte le battaglie, in prima fila sempre, con la rivoltella in una mano e il taccuino nell'altra, e la mitraglia non faceva tremare la sua matita. Non stancava i fili con lunghi telegrammi, come chi si sforza di parlare pur non avendo nulla da dire, ma ciascuno dei suoi appunti, brevi, netti, chiari, faceva luce su di un punto importante. D'altronde, l'humour non gli mancava. Fu lui che, dopo l'affare del Black River, volendo a ogni costo conservare il suo posto allo sportello dell'ufficio telegrafico per poter annunciare per primo al suo giornale il risultato della battaglia, telegraf per due ore di seguito i primi capitoli della Bibbia. Il New York Herald spese duemila dollari, ma il primo a essere informato fu il New York Herald. Gedeon Spilett era di alta statura. Aveva quarant'anni al massimo. Delle fedine biondo-rossicce inquadravano il suo viso. Il suo occhio era calmo, vivo, rapido nei movimenti. Era l'occhio di un uomo che ha l'abitudine di percepire rapidamente tutti i minimi particolari di un orizzonte. Solidamente costrutto, il suo fisico s'era temprato a tutti i climi, come una sbarra d'acciaio si tempra nell'acqua fredda. Da dieci anni, Gedeon Spilett era il reporter titolare del New30

York Herald, che arricchiva delle sue cronache e dei suoi disegni, giacch egli maneggiava altrettanto bene la matita quanto la penna. Quando fu preso, stava facendo la descrizione e lo schizzo della battaglia. Le ultime parole scritte sul suo taccuino furono queste: Un sudista mi prende di mira col fucile e.... Gedeon Spilett non fu colpito, e, secondo la sua invariabile abitudine, usc da quell'avventura senza nemmeno un graffio. Cyrus Smith e Gedeon Spilett, che si conoscevano solo di fama, erano stati entrambi trasportati a Richmond. L'ingegnere guar rapidamente della sua ferita e fu durante la convalescenza che conobbe il reporter. Questi due uomini si piacquero e impararono a stimarsi reciprocamente. Ben presto la loro vita comune non ebbe pi che uno scopo: fuggire, raggiungere l'esercito di Grant e combattere ancora nelle sue file per l'unit federale. I due americani erano dunque decisi a profittare di qualsiasi occasione; ma, bench fossero lasciati liberi nella citt, Richmond era cos severamente sorvegliata che un'evasione doveva essere considerata impossibile. Frattanto Cyrus Smith fu raggiunto da un servo, che gli era devoto per la vita e per la morte. Questo valoroso era un negro, nato nei possedimenti dell'ingegnere da genitori schiavi, ma che da gran tempo Cyrus Smith, abolizionista per convinzione e per sentimento, aveva reso libero. Lo schiavo, divenuto libero, non aveva voluto abbandonare il suo padrone. Lo amava tanto che sarebbe morto per lui, se fosse stato necessario. Era un giovane di trent'anni, vigoroso, agile, scaltro, intelligente, dolce e calmo, talvolta ingenuo, sempre sorridente, servizievole e buono. Si chiamava Nabuchodonosor, ma rispondeva solo al diminutivo familiare di Nab. Quando Nab seppe che il suo padrone era stato fatto prigioniero, lasci il Massachusetts senza esitare, arriv davanti a Richmond, e, a forza di astuzia e scaltrezza, dopo avere rischiato venti volte la vita, riusc a penetrare nella citt assediata. Il piacere di Cyrus Smith nel rivedere il suo servitore e la gioia di Nab nel ritrovare il suo padrone, non si possono esprimere con parole. Ma se Nab aveva potuto penetrare in Richmond, era per ben difficile uscirne, perch i prigionieri federali vi erano strettamente31

sorvegliati. Occorreva un'occasione straordinaria per poter tentare un'evasione con qualche probabilit di successo, e questa occasione non solo non si presentava, ma era altres difficile farla nascere. Intanto, Grant continuava le sue energiche operazioni. La vittoria di Petersburg gli era stata disputata a ben caro prezzo. Le sue forze, riunite a quelle di Butler, non avevano ancora ottenuto nessun risultato concreto davanti a Richmond, e nulla faceva ancora presagire che la liberazione dei prigionieri dovesse essere prossima. Il reporter, cui la fastidiosa prigionia non procurava nessun particolare interessante da notare, non poteva pi resistere. Non aveva che una sola idea: uscire da Richmond a qualunque costo. Parecchie volte egli tent la fuga, ma ne fu sempre impedito da ostacoli insormontabili. Intanto, l'assedio continuava, e se i prigionieri avevano fretta di fuggire per raggiungere l'esercito di Grant, alcuni fra gli assediati avevano una premura non minore di fuggire per raggiungere l'esercito separatista: fra questi era un certo Jonathan Forster, sudista arrabbiato. Fatto sta che, se i prigionieri federali non potevano uscire dalla citt, nemmeno i separatisti potevano farlo, perch l'esercito del Nord li stringeva da ogni parte. Il governatore di Richmond gi da lungo tempo non poteva pi comunicare con il generale Lee, mentre sarebbe stato del pi alto interesse fargli conoscere la situazione della citt, allo scopo di affrettare la marcia dell'esercito di soccorso. Jonathan Forster ebbe allora l'idea di alzarsi in pallone, per attraversare le linee assediami e arrivare cos al campo dei separatisti. Il governatore autorizz il tentativo. Un aerostato fu costruito e messo a disposizione di Jonathan Forster, che doveva essere accompagnato nel viaggio aereo da cinque altri uomini. Erano muniti di armi, in caso che avessero dovuto difendersi atterrando, e di viveri, per l'eventualit che il loro viaggio aereo si prolungasse. La partenza del pallone era stata fissata per il 18 marzo: doveva aver luogo di notte e, con un vento di nord-ovest di media forza, gli aeronauti contavano di arrivare in poche ore al quartiere generale di Lee. Ma questo vento di nord-ovest non fu proprio una semplice brezza. Fin dal giorno 18 fu evidente ch'esso tendeva a mutarsi in32

uragano. Ben presto la tempesta divenne cos violenta che la partenza di Forster dovette essere differita, giacch era impossibile arrischiare l'aerostato e gli uomini, avventurandosi fra gli elementi scatenati. Il pallone, gonfiato sulla piazza principale di Richmond, era dunque l, pronto a partire alla prima tregua del vento e in citt l'impazienza era grande, alla vista dello stato dell'atmosfera che non si modificava. Il 18 e il 19 marzo passarono senza che alcun mutamento si verificasse nel maltempo. Si faticava, inoltre, non poco per preservare il pallone, attaccato al suolo, perch le raffiche lo schiacciavano fino a terra. Anche la notte dal 19 al 20 trascorse; ma la mattina del 20 l'uragano si era manifestato con maggiore violenza. La partenza era impossibile. Quel giorno, l'ingegnere Cyrus Smith fu avvicinato, in una via di Richmond, da un uomo che non conosceva. Era un marinaio di nome Pencroff, fra i trentacinque e i quarant'anni, di costituzione vigorosa, molto abbronzato, con gli occhi vivaci, dalle palpebre mobilissime, e una faccia simpatica. Questo Pencroff era un americano del nord, che aveva viaggiato su tutti i mari del globo, e al quale era accaduto, in fatto d'avventure, tutto ci che pu capitare di straordinario a un bipede implume. inutile dire che era una natura intraprendente, pronta a tutto, e che non si meravigliava di nulla. Pencroff, al principio di quell'anno, si era recato per affari a Richmond con un giovinetto quindicenne, Harbert Brown, del New-Jersey, figlio del suo capitano; un orfano che amava come se fosse stato suo figlio. Non avendo potuto lasciare la citt prima dell'inizio dell'assedio, egli vi si trov dunque bloccato, con suo immenso dispiacere, e non ebbe da allora che una sola idea: fuggire, approfittando di tutti i mezzi disponibili. Conosceva di fama l'ingegnere Cyrus Smith. Sapeva con quale impazienza quest'uomo risoluto mordeva il freno. Quel giorno egli non esit, dunque, ad avvicinarlo, dicendogli senza preliminari di sorta: Signor Smith, ne avete abbastanza di Richmond? L'ingegnere guard intensamente l'uomo che gli parlava cos e che aggiunse subito, a bassa voce:33

Signor Smith, volete fuggire? Quando? rispose vivamente l'ingegnere. E si pu affermare che questa risposta gli scapp proprio di bocca, giacch non aveva ancora osservato lo sconosciuto che gli rivolgeva la parola. Ma dopo avere osservato con occhio penetrante il volto leale del marinaio, egli non ebbe pi dubbi: comprese di trovarsi in presenza di un uomo onesto. Chi siete? domand brevemente. Pencroff si fece conoscere. Bene rispose Cyrus Smith. E con quale mezzo mi proponete di fuggire? Con quello sfaticato d'un pallone, lasciato l a far niente, e che mi sembra aspetti proprio noi!... Il marinaio non ebbe bisogno di completare la frase. L'ingegnere aveva compreso al volo. Afferr Pencroff per un braccio e lo condusse a casa sua. L il marinaio spieg il suo progetto, semplicissimo in verit. A metterlo in esecuzione non si rischiava che la vita. L'uragano era al massimo della sua violenza, vero, ma un ingegnere abile e audace come Cyrus Smith avrebbe saputo certo guidare un aerostato. Se avesse saputo pilotare, lui, Pencroff, non avrebbe esitato a partire, con Harbert, naturalmente. Egli aveva visto molte altre cose e assai peggiori: non era certo uomo da spaventarsi per una tempesta! Cyrus Smith aveva ascoltato il marinaio senza proferire parola, ma il suo sguardo brillava. L'occasione era l, pronta. Egli non era uomo da lasciarsela sfuggire. Il disegno era soltanto molto pericoloso, ma era attuabile. Nella notte, malgrado la sorveglianza, si poteva avvicinare il pallone, insinuarsi nella navicella e poi tagliare i legami che trattenevano l'apparecchio! Certamente, si rischiava di venire uccisi, ma si poteva anche riuscire: se poi non ci fosse stata quella tempesta... Ma senza quella tempesta il pallone sarebbe gi partito e l'occasione, tanto cercata, non si sarebbe presentata in quel momento! Non sono solo!... disse finalmente Cyrus Smith. Quante persone volete condurre con voi? chiese il marinaio. Due: il mio amico Spilett e il mio servo Nab. Con voi, fanno tre, rispose Pencroff e, con Harbert e me,34

cinque. Il pallone ne doveva portare sei... Sta bene cos! Partiremo! disse Cyrus Smith. Smith aveva cos impegnato nell'avventura anche il giornalista, ma questi, che non era tipo da indietreggiare davanti al pericolo, quando gli fu comunicata la proposta, l'approv senza fare obiezioni. Solo si meravigli che un'idea cos semplice non fosse gi venuta a lui. Quanto a Nab, egli seguiva il suo padrone ovunque volesse andare. A questa sera, allora disse Pencroff. Noi andremo a zonzo, tutt'e cinque, nei paraggi, da semplici curiosi! A stasera, alle dieci, rispose Cyrus Smith e voglia il cielo che questa tempesta non si calmi prima della nostra partenza! Pencroff s'accomiat dall'ingegnere, e torn al suo alloggio, ove era rimasto il giovane Harbert Brown. Quel coraggioso ragazzo conosceva il piano del marinaio e attendeva, non senza una certa ansiet, il risultato del tentativo fatto presso l'ingegnere. Come si vede, erano cinque uomini risoluti che andavano cos a gettarsi nella tormenta, in pieno uragano! No. L'uragano non si acquiet, e n Jonathan Forster, n i suoi compagni potevano pensare ad affrontarlo in quella fragile navicella! La giornata fu terribile! L'ingegnere non temeva che una sola cosa: che l'aerostato, trattenuto al suolo e coricato dal vento, si lacerasse in mille pezzi. Durante parecchie ore si aggir per la piazza quasi deserta, sorvegliando l'apparecchio. Pencroff, con le mani in tasca, faceva altrettanto dal canto suo, sbadigliando di tanto in tanto, come uno che non sa come ammazzare il tempo, ma temendo egli pure che il pallone si squarciasse o spezzasse i legami cui era avvinto e se ne fuggisse nell'aria. Giunse la sera. La notte si fece scurissima. Dense ondate di nebbia passavano come nuvole sfiorando la terra. Cadeva una pioggia mista a neve. Il tempo era freddo. Una specie di nebbia pesava su Richmond. Sembrava che la violenta tempesta avesse provocato una tregua fra gli assediami e gli assediati e che il cannone avesse voluto tacere di fronte alle formidabili detonazioni dell'uragano. Le vie della citt erano deserte. Non era nemmeno sembrato necessario, dato il tempo orribile, vigilare la piazza, in mezzo alla quale si dibatteva35

l'aerostato. Tutto evidentemente favoriva la partenza dei prigionieri, ma quel viaggio, in mezzo alle raffiche scatenate... Cattivo tempo! si diceva Pencroff, assicurandosi sul capo, con un pugno, il cappello, che il vento gli disputava. Ma ne verremo a capo ugualmente! Alle nove e mezzo, Cyrus Smith e i suoi compagni sgattaiolavano da vari lati sulla piazza, che le lanterne a gas, spente dal vento, lasciavano in un'oscurit profonda. Non si vedeva nemmeno l'enorme aerostato, quasi interamente coricato e schiacciato al suolo. Indipendentemente dai sacchi di zavorra, che trattenevano le funi della rete, la navicella era assicurata con un robusto cavo infilato in un anello infisso nel selciato, che tornava a bordo con l'altro capo. I cinque prigionieri si riunirono presso la navicella. Nessuno li aveva veduti: l'oscurit era tale, che non potevano vedersi nemmeno fra loro. Senza pronunciare una parola, Cyrus Smith, Gedeon Spilett, Nab e Harbert presero posto nella navicella, mentre Pencroff, dietro ordine dell'ingegnere, staccava l'uno dopo l'altro i sacchetti di zavorra. Fu questione di alcuni istanti, poi il marinaio raggiunse i suoi compagni. L'aerostato non fu allora trattenuto che dal cavo: Cyrus Smith non aveva che da dare l'ordine di partenza. In quel momento, un cane diede d'un salto la scalata alla navicella. Era Top, il cane dell'ingegnere, che, avendo spezzato i lacci, aveva seguito il padrone. Cyrus Smith, temendo un eccesso di peso, voleva lasciare a terra la povera bestia. Peuh! Uno di pi!... disse Pencroff, alleggerendo la navicella di altri due sacchi di sabbia. Poi, egli moll il doppino di cavo, e il pallone, prendendo una direzione obliqua, disparve, dopo avere urtato e abbattuto con la navicella due comignoli, nella furia della partenza. L'uragano si scatenava allora con una spaventosa violenza. L'ingegnere, durante la notte, non pot certo pensare a discendere, e quando si fece giorno, la vista della terra gli era totalmente impedita dai vapori dell'atmosfera. Soltanto cinque giorni dopo una specie di chiarore diffuso lasci indovinare il mare immenso al di sotto36

dell'aerostato, che il vento trascinava con una velocit spaventevole! Gi sappiamo come, dei cinque uomini partiti il 20 marzo, quattro erano stati gettati, il 24 marzo, su una costa deserta, a pi di seimila miglia dal loro Paese!3 Colui che mancava all'appello, colui che i quattro superstiti si apprestavano senz'indugio a rintracciare e a soccorrere era il loro capo: l'ingegnere Cyrus Smith!

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Il 5 aprile, Richmond cadeva nelle mani di Grant, la rivolta dei separatisti era soffocata, Lee si ritirava nell'Ovest, e la causa dell'unit americana trionfava. 37

CAPITOLO IIIALLE CINQUE DI SERA COLUI CHE MANCA LA DISPERAZIONE DI NAB RICERCHE AL NORD L'ISOLOTTO UNA TRISTE NOTTE DI ANGOSCE LA NEBBIA DELLA MATTINA NAB A NUOTO IN VISTA DELLA TERRA PASSAGGIO A GUADO DEL CANALEL'INGEGNERE, attraverso le maglie della rete che avevano ceduto, era stato portato via da un colpo di mare. Anche il suo cane era scomparso. Il fedele animale si era volontariamente precipitato in soccorso del padrone. Avanti! grid il giornalista. E tutt'e quattro, Gedeon Spilett, Harbert, Pencroff e Nab, dimenticando spossatezza e fatiche, incominciarono le ricerche. Il povero Nab piangeva di rabbia e di disperazione a un tempo, al pensiero di avere perso tutto ci ch'egli amava al mondo. Non erano trascorsi due minuti tra la scomparsa di Cyrus Smith e l'istante in cui i suoi compagni avevano toccato terra. Essi potevano, dunque, sperare d'arrivare in tempo a salvarlo. Cerchiamo! Cerchiamo! grid Nab. S, Nab, rispose Gedeon Spilett e lo ritroveremo! Vivo? Vivo! Sa nuotare? domand Pencroff. S, rispose Nab e, d'altronde, Top con lui!... Il marinaio, sentendo il mare mugghiare, scosse la testa. L'ingegnere era sparito a nord della costa, a mezzo miglio circa dal punto ove i naufraghi avevano atterrato. Se egli aveva potuto raggiungere il punto pi vicino del litorale, questo non doveva distare38

pi di mezzo miglio dal punto dell'atterraggio. Erano quasi le sei. La nebbia si era levata da poco e rendeva la notte scurissima. I naufraghi camminavano verso nord seguendo la costa est di quella terra sulla quale il caso li aveva gettati, terra sconosciuta, di cui essi non potevano nemmeno supporre la posizione geografica. Calpestavano un suolo sabbioso, misto di sassi, che pareva privo di ogni vegetazione. Quel suolo, molto ineguale, tutto a ciottoli, sembrava in certi punti crivellato di piccole buche, che rendevano il cammino penosissimo. Da queste buche uscivano a ogni momento grossi uccelli dal volo pesante, fuggenti in tutte le direzioni; ma l'oscurit impediva di vederli. Altri, pi agili, si levavano a stormi e passavano come nembi. Il marinaio credeva di riconoscere in essi dei gabbiani, e delle procellarie, le cui acute strida parevano fare a gara con i ruggiti del mare. Di tanto in tanto i naufraghi si fermavano, chiamavano ad altissima voce, e ascoltavano se per caso venisse una qualche risposta dalla parte dell'oceano. Essi pensavano, infatti, che se fossero stati in prossimit del luogo ove l'ingegnere aveva potuto toccar terra, i latrati di Top sarebbero arrivati fino a loro, nel caso che Cyrus Smith fosse stato nell'impossibilit di dar segno di vita. Ma nessun grido si elevava sul brontolio delle onde e il rumore della risacca. Allora, la piccola comitiva riprendeva la marcia in avanti, frugando anche le pi insignificanti anfrattuosit del litorale. Dopo una corsa di venti minuti, i quattro naufraghi vennero arrestati improvvisamente da una schiumante barriera di onde. Il terreno solido mancava loro sotto i piedi. Essi erano giunti all'estremit di una punta sottilissima, contro la quale il mare si frangeva con furore. un promontorio disse il marinaio. Bisogna ritornare sui nostri passi tenendo la destra, e arriveremo cos alla terraferma. Ma egli l! rispose Nab, indicando l'oceano, le cui onde enormi biancheggiavano nell'ombra. Ebbene, chiamiamolo! E tutti, unendo le loro voci, lanciarono un vigoroso richiamo; ma nulla e nessuno rispose. Attesero che si facesse una tregua nel fragore degli elementi e rinnovarono la chiamata. Ancora nulla.39

I naufraghi ritornarono, seguendo il rilievo opposto del promontorio, trovando un suolo ugualmente sabbioso e pietroso. Tuttavia, Pencroff osserv che il terreno saliva, e suppose che doveva raggiungere, mediante un tratto assai lungo in salita, un'alta costa, la cui massa si profilava confusamente nell'ombra. Gli uccelli erano meno numerosi in questa parte della spiaggia. Anche il mare vi si mostrava meno agitato, meno fragoroso, e si poteva inoltre osservare che l'agitazione delle onde diminuiva sensibilmente. Si udiva appena il rumore della risacca. Indubbiamente, quel fianco del promontorio formava un'ansa semicircolare che, dalla punta sporgente del promontorio stesso, era protetta contro le ondate del mare aperto. Ma, seguendo questa direzione, si andava verso il sud: si andava, cio, all'opposto di quella parte della costa ove, eventualmente, Cyrus Smith poteva aver preso terra. Dopo un percorso di un miglio e mezzo, il litorale non presentava ancora alcuna curva che permettesse di ripiegare verso il nord. Per, il promontorio, del quale avevano girato la punta, non poteva non riunirsi alla terraferma. Bench allo stremo delle forze, i naufraghi camminavano decisi, con la speranza di trovare a ogni momento qualche svolta improvvisa che li riconducesse nella primitiva direzione. Grande fu, dunque, la loro delusione, quando, dopo aver percorso due miglia circa, si videro ancora una volta arrestati dal mare su una punta assai elevata, fatta di rocce sdrucciolevoli. Siamo su un isolotto! disse Pencroff. E l'abbiamo ormai percorso da un'estremit all'altra! L'osservazione del marinaio era giusta. I naufraghi erano stati gettati, non su di un continente, e nemmeno su di un'isola, ma su un isolotto, che non misurava pi di due miglia di lunghezza e la cui larghezza era evidentemente poco considerevole. Quell'arido isolotto, sparso di pietre, senza vegetazione, apparteneva forse a un arcipelago pi importante? Non era possibile dirlo. Gli aeronauti, quando dalla loro navicella avevano intravisto la terra attraverso le nebbie, non avevano potuto rendersi esatto conto dell'ampiezza di essa. Ma Pencroff, con i suoi occhi di marinaio abituati a penetrare l'ombra, credette, in quel momento, di distinguere40

a ovest delle masse confuse, indizio di una costa elevata. Ma non si poteva, data l'oscurit, determinare a quale sistema, semplice o complesso, appartenesse l'isolotto. Nemmeno si poteva uscirne, giacch il mare lo circondava. Bisognava, dunque, rimandare all'indomani la ricerca dell'ingegnere, che non aveva, ahim!, segnalato la sua presenza con alcun grido. Il silenzio di Cyrus non prova niente disse il giornalista. Pu essere svenuto, ferito, in uno stato tale da non potere per il momento rispondere: non dobbiamo disperare. Il giornalista manifest allora l'idea di accendere, su un punto dell'isolotto, qualche fuoco che potesse servire di segnale all'ingegnere. Ma invano si cerc della legna o degli sterpi secchi. Sabbia e pietre, non c'era altro. Si pu comprendere il dolore di Nab e quello dei suoi compagni, che si erano vivamente affezionati all'intrepido Cyrus Smith. Era fin troppo evidente ch'essi erano, per allora almeno, impotenti a soccorrerlo. Bisognava aspettare il nuovo giorno. O l'ingegnere aveva potuto salvarsi da s, e gi aveva trovato rifugio in un punto della costa, o era ormai perduto per sempre! Quelle ore furono lunghe e penose da passare. Il freddo era acuto. I naufraghi soffrivano crudelmente, ma se ne accorgevano appena. Essi non pensarono nemmeno a prendere un breve riposo. Dimenticando se stessi per il loro capo, sperando, volendo sperare sempre, andavano e venivano su quell'isolotto arido, ritornando incessantemente sulla punta nord, l dove supponevano di essere pi vicini al luogo della catastrofe. Ascoltavano, gridavano, cercavano di sorprendere qualche appello estremo, e le loro voci dovevano anche trasmettersi in lontananza, giacch una certa calma regnava ormai nell'atmosfera, e i rumori del mare cominciavano ad attenuarsi con la stessa mareggiata. A un certo momento, un grido di Nab sembr persino ripetersi: era l'eco. Harbert fece osservare il fenomeno a Pencroff, aggiungendo: Questo proverebbe che esiste a ovest una costa abbastanza vicina. Il marinaio fece un segno affermativo. D'altronde, i suoi occhi non41

potevano ingannarsi. Se egli aveva, sia pure vagamente, veduto terra, l una terra esisteva senza dubbio. Ma questa eco lontana fu la sola risposta alle grida di Nab, e su tutta la parte est dell'isolotto l'immensit rimase silenziosa. Nondimeno il cielo, a poco a poco, si liberava dai vapori. Verso mezzanotte alcune stelle brillarono, e se l'ingegnere fosse stato l, vicino ai suoi compagni, avrebbe potuto notare che non erano pi le stelle dell'emisfero boreale. Infatti, la Stella Polare non appariva su questo nuovo orizzonte, le costellazioni dello zenit non erano pi quelle che egli abitualmente osservava nella parte nord del nuovo continente, e la Croce del Sud risplendeva al polo australe. Anche quella notte pass. Verso le cinque del mattino - era il 25 di marzo - le regioni pi elevate del cielo presero qualche leggera sfumatura di colore. L'orizzonte restava ancora oscuro, ma, con i primi chiarori del giorno, una nebbia opaca si alz dal mare, per modo che il raggio visivo non poteva estendersi pi di una ventina di passi. La nebbia si snodava in larghe volute, che si muovevano pesantemente. Era un contrattempo. I naufraghi nulla potevano distinguere attorno a se stessi. Mentre gli sguardi di Nab e del giornalista si rivolgevano sull'oceano, il marinaio e Harbert cercavano la costa all'ovest. Ma nemmeno un lembo di terra era visibile. Non importa, disse Pencroff anche se non vedo la costa, la sento... l... l... Ne sono cos sicuro com' sicuro che non siamo pi a Richmond! Ma la nebbia non avrebbe tardato a diradarsi. Non era che una foschia, indizio di bel tempo. Un buon sole ne scaldava gli strati superiori e quel calore, filtrando attraverso di essa, giungeva sino alla superficie dell'isolotto. Infatti, verso le sei e mezzo, tre quarti d'ora dopo il levar del sole, la bruma divenne pi trasparente: si condensava in alto, ma si scioglieva in basso. Poco dopo, l'intero isolotto apparve, come fosse disceso da una nuvola; poi, il mare si mostr, simile a un piano circolare: infinito verso est, ma limitato verso ovest da una costa elevata e rocciosa. S! La terra era l. L, la salvezza, assicurata per lo meno42

provvisoriamente. Fra l'isolotto e la costa, separati da un canale largo un mezzo miglio, una corrente estremamente rapida si propagava rumorosamente. Tuttavia, uno dei naufraghi, non consultando che il cuore, si precipit tosto nella corrente, senza consigliarsi con i compagni, senza nemmeno dire una parola. Era Nab. Egli aveva fretta di raggiungere quella costa e di risalirla in direzione nord. Nessuno avrebbe potuto trattenerlo. Pencroff lo richiam, ma invano. Il giornalista si accingeva a seguire Nab. Pencroff, allora, avvicinandosi a lui: Volete attraversare questo canale? domand. S rispose Gedeon Spilett. Orbene, aspettate, date retta a me disse il marinaio. Nab baster a soccorrere il suo padrone. Se ci gettassimo in questo canale, rischieremmo di essere trascinati al largo dalla corrente, che di una violenza straordinaria. Ora, se non m'inganno, si tratta di una corrente di riflusso. Osservate: la marea si abbassa sulla sabbia. Pazientiamo, dunque, e con la bassa marea probabile che troviamo un punto guadabile... Avete ragione rispose il giornalista. Dobbiamo separarci il meno possibile... Frattanto, Nab lottava vigorosamente contro la corrente. L'attraversava in direzione obliqua. Si vedevano le sue spalle nere emergere a ogni spinta. Egli cedeva alla deriva assai rapida, ma guadagnava strada anche verso la costa. Impieg pi di mezz'ora a percorrere il mezzo miglio che separava l'isolotto dalla terra, e pot toccare il lido solo a parecchie miglia di piedi dal luogo situato di fronte al punto donde era partito. Nab prese terra ai piedi di un'alta muraglia di granito e si scroll vigorosamente; poi, sempre correndo, scomparve subito dietro una punta rocciosa, che si protendeva in mare, press'a poco all'altezza dell'estremit settentrionale dell'isolotto. I compagni di Nab avevano seguito con angoscia il suo audace tentativo, e, quando non lo videro pi, sollevarono gli occhi su quella terra alla quale stavano per domandare rifugio, mentre mangiavano alcuni frutti di mare di cui la sabbia era seminata: era un magro43

pasto, ma, insomma, era pur sempre qualche cosa. La costa di fronte formava una vasta baia, terminante, a sud, con una punta sottilissima, spoglia di qualsiasi vegetazione e di aspetto molto selvaggio. Questa punta veniva a congiungersi al litorale in modo abbastanza capriccioso e si appoggiava ad alte rocce granitiche. Verso nord, invece, la baia, allargandosi, formava una costa pi arrotondata, che correva da sud-ovest a nord-est e terminava con uno snello promontorio. Fra questi due punti estremi, sui quali si appoggiava l'arco della baia, la distanza poteva essere di otto miglia. A mezzo miglio dalla spiaggia, l'isolotto occupava una stretta striscia di mare e somigliava a un enorme cetaceo, di cui rappresentava la carcassa molto ingrandita. La sua larghezza massima non oltrepassava un quarto di miglio. Davanti all'isolotto, il litorale si componeva, in basso, di una spiaggia sabbiosa, sparsa di rocce nerastre, che in quel momento riaffioravano a poco a poco, per la marea discendente. Pi in su, si staccava una specie di cortina granitica, tagliata a picco, coronata, a una altezza di trecento piedi almeno, da una cresta capricciosa. Essa si profilava cos per una lunghezza di tre miglia, e finiva bruscamente a destra con un ripiano che si sarebbe creduto tagliato dalla mano dell'uomo. Sulla sinistra, invece, sopra il promontorio, questa specie di scogliera irregolare, che si sgretolava in schegge prismatiche ed era composta di agglomerati e detriti, declinava a mo' di rampa allungata, che andava a confondersi a poco a poco con le rocce della punta meridionale. Sull'altipiano sovrastante la costa, nessun albero. Era una specie di tavola rasa come quella che domina Cape-Town, al capo di Buona Speranza, ma di proporzioni pi ridotte. Per lo meno sembrava tale, vista dall'isolotto. Tuttavia, la verzura non mancava a destra, dietro quell'alto pianoro. Si distingueva facilmente la massa confusa dei grandi alberi, che si stendeva a perdita d'occhio. Quel verde rallegrava la vista, profondamente rattristata dalle aspre linee della parete di granito. Infine, sullo sfondo del panorama e al di sopra dell'altipiano, in direzione di nord-ovest, a una distanza di almeno sette miglia, risplendeva una cima bianca che i raggi del sole colpivano in pieno.44

Era il cappuccio nevoso di qualche monte lontano. Non era dunque possibile pronunciarsi circa la natura di quella terra: sapere, cio, se formava un'isola o se apparteneva a un continente. Ma vedendo le rocce tormentate sulla sinistra, un geologo non avrebbe esitato ad attribuir loro un'origine vulcanica. Esse erano incontestabilmente il prodotto di un'attivit plutonica. Gedeon Spilett, Pencroff e Harbert osservavano attentamente quella terra, sulla quale stavano per andare a vivere forse per lunghi anni, sulla quale sarebbero fors'anche morti, se non si trovava sulla rotta delle navi! Ebbene, domand Harbert che ne dici, Pencroff? Bah, rispose il marinaio c' del buono e c' del gramo, come in ogni cosa. Vedremo. Ma ecco il riflusso che si fa sentire. Fra tre ore tenteremo il passaggio e, una volta arrivati l, cercheremo di trarci d'impaccio e di ritrovare il signor Smith! Pencroff non si era ingannato nelle sue previsioni. Tre ore dopo, a marea bassa, la maggior parte delle sabbie, formanti il letto del canale, era scoperta. Non restava tra l'isolotto e la costa che uno stretto canale, indubbiamente agevole da passare. Infatti, verso le dieci, Gedeon Spilett e i suoi due compagni si spogliarono dei loro abiti, ne fecero un involto che misero sulla testa, e s'avventurarono nel canale, la cui profondit non oltrepassava i cinque piedi. Harbert, per il quale l'acqua sarebbe stata troppo alta, nuotava come un pesce e se la cav a meraviglia. Tutt'e tre arrivarono senza difficolt sull'opposta sponda. L, avendoli il sole asciugati rapidamente, rimisero i loro vestiti, che avevano, come s' visto, salvato dal contatto dell'acqua, e tennero consiglio.

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CAPITOLO IVI LITODOMI IL FIUME ALLA SUA FOCE I CAMINI CONTINUAZIONE DELLE RICERCHE LA FORESTA DI ALBERI VERDI LA PROVVISTA DI COMBUSTIBILE SI ATTENDE IL RIFLUSSO DALL'ALTO DELLA COSTA IL TRAINO VEGETALE IL RITORNO A RIVAPRIMA DI TUTTO, il giornalista disse al marinaio di aspettarlo in quel medesimo luogo, ove egli lo avrebbe raggiunto pi tardi; e, senza perdere un istante, risal il litorale, nella direzione seguita dal negro Nab qualche ora prima. Poi scomparve rapidamente dietro un angolo della costa, tanto gli premeva di aver notizie dell'ingegnere. Harbert avrebbe voluto accompagnarlo. Resta qui, ragazzo mio gli aveva detto il marinaio. Dobbiamo preparare un accampamento e vedere se sia possibile trovare qualcosa di pi sostanzioso che i frutti di mare da mettere sotto i denti. I nostri amici avranno bisogno di rifocillarsi al loro ritorno. A ciascuno il suo compito. Sono pronto, Pencroff rispose Harbert. Bene! riprese il marinaio cos va bene. Procediamo con metodo. Siamo stanchi, abbiamo freddo, abbiamo fame. Si tratta, dunque, di trovare ricovero, fuoco e nutrimento. La foresta ha legna, i nidi hanno uova: resta, quindi, da cercare la casa. Cercher io rispose Ha