LIDIA On Lidia Beccaria Rolfi

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Text of LIDIA On Lidia Beccaria Rolfi

ISCOPIstituto di Storia Contemporanea della Provincia di Pesaro e Urbino

LA DEPORTAZIONE FEMMINILE

vissuto e pensiero dallesperienza dei lager nazisti

dedicata a

LIDIA BECCARIA ROLFI

RASSEGNA STAMPA a cura di Anna Paola Moretti

indiceLidia Beccaria Rolfi, Conclusioni, in La deportazione femminile nei lager nazisti. Convegno internazionale. Torino, 20-21 ottobre 1994, Edizioni ANED, Franco Angeli, 1995................................................................................................ pag 3 Anna Bravo Da Ravensbrck un doppio ritorno in Triangolo rosso, n. 2, agosto 1996 ................ ..pag. 6 Bruno Maida, Il tenace filo della testimonianza: Lidia Beccaria Rolfi e la deportazione femminile nei lager nazisti, in Il presente e la storia, n. 65 giugno 2004, Deportazione e memoria della deportazione, Istituto Storico Cuneo ................................................. pag. 7 Valentina Greco, Lidia Beccaria Rolfi. La costruzione di una biografia nel passaggio dalla memoria alla testimonianza, in DEP deportate esuli, profughe, n. 2/2005 rivista telematica di studi sulla memoria femminile universit ca Foscari Venezia .......................... pag. 10 Anna Bravo ricorda Lidia Beccaria Rolfi in La nonviolenza in cammino, 22/2/06...................................................... pag.28 Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza e della societ contemporanea http://www.istoreto.it Scheda ..................................................................................................... pag.30

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La deportazione femminile nei Lager nazisti.Convegno internazionale. Torino, 20-21 ottobre 1994

ConclusioniLIDIA BECCARIA ROLFI.Gli applausi sono per Vasari. Questo convegno idea sua, lo ha voluto lui e gliene sono profondamente grata, gliene siamo profondamente grate, noi deportate italiane. Confesso che nel mio cuore ho sperato che un convegno dedicato alla deportazione femminile potesse realizzarsi; l'ho sperato fin dal ritorno, quando la gente mi guardava con sospetto, quando il nome di Ravensbrck non si conosceva e delle donne che tornavano dalla Germania, che non erano ebree, e che si erano occupate di cose non adatte alle donne, si diceva: "Chiss che cosa avevano fatto!" Le storie che raccontavano probabilmente erano inventate per nascondere un passato oscuro, un passato di vergogna. Erano gli anni della Costituente e del voto alle donne, ma erano anche gli anni bui della restaurazione, del "tutto come prima", della continuit con lo Stato fascista, con la sua burocrazia gli anni della scuola fascista verniciata con una pennellata di democrazia ma con gli stessi programmi, gli stessi libri del regime, gli stessi insegnanti mantenuti in servizio. I pochi partigiani e deportati costituivano un neo, un accidente nella massa compatta dei conformisti sempre pronti a inchinarsi alle circolari e alle indicazioni ministeriali. Erano anni tremendi, quando bastava cercare di raccontare qualcosa, squarciare il velo dell'oblio sui massacri dei nazisti e dei fascisti, per sentirsi rispondere, soprattutto nella scuola, che non era vero niente, che era tutta propaganda comunista. Erano gli anni dei comizi elettorali dai pulpiti delle chiese e dei manifesti del "Candido", con lo slogan "madre ricorda tuo figlio": riproducevano un figlio aggrappato al filo spinato dei Lager russi, ma non facevano cenno ai lager tedeschi, alle camere a gas, ai morti nei Lager "tutti ebrei e comunisti"! In quell'atmosfera era difficile mantenere la speranza di poter parlare, di far sapere - quella speranza che ci aveva tenute vive nei Lager: tornare per poter raccontare. Soffocate dai ricordi, divenne urgente, essenziale ritrovarci tra noi, deportati, raccontarci le nostre storie, sollecitare la memoria per non dimenticare, trovare un linguaggio comune per farci capire e stabilire un rapporto con gli altri - quelli che non c'erano stati e non ci capivano. Riuscimmo a ritrovarci, in mezzo a tanta indifferenza trovammo la solidariet di gruppo, riuscimmo a far sopravvivere la memoria, a mettere in piedi l'Associazione, a riunirci in congressi prima a Verona, poi a Torino; a parlare coi giovani. Furono anni difficili, senza un soldo, ricchi solo di illusioni e di fiducia nel futuro - in un futuro in cui, finalmente, avremmo potuto raccontare. Furono gli anni in cui, con uno sforzo economico enorme, l'Aned riusc a far pubblicare il suo primo libro, Donne e bambini nei Lager nazisti, di Giorgina Bellak e Gianni Melodia: un libro che non arriv mai nelle librerie, ma che ancora oggi costituisce una testimonianza importante delle donne italiane deportate. Quel libro costitu per anni l'unica voce al femminile, nell'abbondante produzione letteraria maschile che poteva contare su scrittori di straordinario talento come Primo levi, o sulle storie autobiografiche di Caleffi, Fergnani, De Martino, Bizzarri, Valenzano. Dei libri di Giuliana Tedeschi, di Luciana Nissim, di Teresa Noce non si parl: caddero nel pi totale silenzio. Erano libri di donne. Ero convinta che Donne e bambini nei Lager nazisti dovesse rimanere l'unica testimonianza collettiva al femminile. In tutti i convegni che si sono svolti in questa sala le testimoni donne sono sempre state presenti, ma nel tempo ristretto concesso ad ogni relatore: la storia delle donne usciva a pezzi, a frammenti, a flashes. Non c'era mai il tempo di dire tutto, di svolgere una relazione esauriente, completa, con quell'orologio che scandiva i minuti e l'impressione di leggere solo dei titoli di argomenti che avrebbero avuto bisogno di ore, di giorni interi per raccontare tutta la realt. La possibilit di raccontare in un convegno specifico la deportazione femminile merito di Bruno Vasari. E' il primo convegno di questo tipo che si svolge in Italia - e, per quello che mi risulta, anche all'estero. Che a Bruno sia venuta questa straordinaria intuizione non mi stupisce: la sua sensibilit, unita alla sua

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caparbia volont di portare a realizzazione le sue idee nota; semmai mi commuove ancora adesso, come quando me l'ha annunciato alcuni mesi fa. E ci mi fa dire che noi deportati siamo esseri strani, biologicamente divisi tra maschi e femmine, ma siamo solo ed esclusivamente deportati, come eravamo allora. Realizzare il convegno non stato facile, dopo cinquant'anni: come avete potuto notare sono presenti deportate di mezza Europa anche se, purtroppo, alcune non sono potute venire per motivi di salute. Ho recuperato, tra le tante amicizie di allora, e quelle successive, conosciute attraverso convegni, incontri internazionali e Comitati, le compagne che avevano qualcosa di importante e di specifico da raccontare, compresa la testimonianza della figlia di Genia, che insieme a Monique stata una delle mie maestre in Lager: quelle che mi hanno insegnato che cos' la democrazia, mi hanno fatto capire che cos'era, che cosa il fascismo. Io avevo 19 anni: ho detto ieri che provenivamo tutte, o quasi, quelle della mia et, da un'educazione fascista, che ci aveva fatto il lavaggio del cervello a partire dalla prima elementare: cresciute in clima fascista, plagiate dalle folli teorie della razza fin dalla guerra di Abissinia, fino alle leggi razziali, convinte della bont della guerra per difendere o ampliare i sacri confini della patria. Avevo quindici anni e nessun altra informazione se non quella impartita dalla scuola e dai discorsi ufficiali. In guerra si matura in fretta, anche nelle piccole citt di provincia: il fronte occidentale, l'Albania, la Grecia, la Jugoslavia, l'Africa, soldati che vanno e tornano - tornano sempre di meno e raccontano quello che noi ufficialmente non sappiamo, madri, spose che tingono gli abiti di nero, il paese che si riempie di sfollati delle citt bombardate, il tesseramento, la fame, i borsari neri, le scuole fredde e poi il 25 luglio e l'8 settembre. Ero cresciuta abbastanza per capire qual era la parte sbagliata e scegliere la Resistenza contro i tedeschi e i fascisti - e come conseguenza il Lager; ma i pochi mesi di Resistenza non erano stati sufficienti per capire i vent'anni di menzogne. A questa lacuna provvidero le mie maestre in Lager, di cui una ancora qui, ma ieri non ha voluto dire compiutamente come il Lager potesse trasformarsi anche in una straordinaria Universit. Due minuti prima che prendessi la parola Bruno Vasari ancora una volta mi ha giocato un brutto scherzo: mi ha affidato il compito di concludere il Convegno. Non so come riuscir a portare a termine l'impegno: la prima volta che mi succede e non so bene come bisogna procedere, non ne conosco le regole. Lo far a modo mio, anche a costo di essere qualche volta trasgressiva. Intanto devo fare alcune considerazioni. Dopo questo Convegno non sar pi possibile liquidare i discorsi sull'Olocausto dicendo: "C'erano anche le donne e i bambini". Chi vuole discutere sull'argomento dovr fermarsi e porsi alcune domande: "Chi erano quelle donne, che cosa ha voluto dire arrivare nei Lager con i figli, portare avanti una gravidanza in Lager, partorire in Lager al buio, aiutate soltanto dalla "piet" delle compagne che a rischio della vita, in quel mondo di morte, sentivano il bisogno di aiutare le altre per essere ancora donne, non numeri, non pezzi, Stcke. Basta scorrere i titoli degli interventi per sapere dalla bocca delle testimoni oculari quale sia stato il destino dei neonati di Ravensbrck o delle zingare sterilizzate o delle donne anziane e delle invalide merce di scarto, non pi buone per la produzione - sterminate nello Jugendlager o nelle camere a gas costruite in fretta e furia nell'ultimo inverno, dopo che i Lager della Polonia erano stati liberati e quelle camere a gas non potevano pi assolvere alla loro funzione di morte. E che dire degli esperimenti chirurgici che avvenivano al Revier su cavie umane non consenzienti, compiuti alla luce del sole, sotto gli occhi delle deportate terrorizzate e impotenti a fermare quegli o