INDEX 1. Il campo femminile di Ravensbruk 2.Storie di donne in AZIONE 2.1 Lidia Beccaria Rolfi 2.2 pag. 4 5 6 7 845 678 2.3 Rosa Franca Gallina di GastaldiRosa

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  • INDEX 1. Il campo femminile di Ravensbruk 2.Storie di donne in AZIONE 2.1 Lidia Beccaria Rolfi 2.2 pag. 4 5 6 7 845 678 2.3 Rosa Franca Gallina di GastaldiRosa Franca Gallina di Gastaldi 2.4 Francesca Guasco vedova GuascoFrancesca Guasco vedova Guasco 3. Immagini: LE CHOC! 4. Dai diari di Esther Hillesum 4.1 pag. 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 101112 131415 1617 1819 5. Donne e MAFIA: 5.1 Pina RizzottoPina Rizzotto 5.2 Francesca Serafino Francesca Serafino 5.3 Maria Falcone 6. Donne e FOIBE: 6.1 Unodissea Istriana
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  • . I trasporti per il campo femminile di Ravensbruck DallItalia partirono, inoltre, anche tre trasporti diretti al campo femminile di Ravensbruck: si trattava prevalentemente di deportate politiche, partigiane, donne prese in ostaggio in cambio di qualche familiare che operava nella Resistenza. Il primo gruppo di quattordici donne italiane arriv a Ravensbruck da Torino il 30 giugno 1944. Con i tre trasporti giunsero a Ravensbruck circa 184 donne italiane, ma altre vi giunsero trasferite da altri campi per cui, anche in questo caso non ci sono indicazioni del tutto precise sulle cifre7. CAMPO DI RAVENSBRUCK Sulle rive del lago Schwed, di fronte alla cittadina di Furstenberg, nel Mecklenburg a 80 km. a nord di Berlino fu costruito nel 1939 il pi grande campo di concentramento femminile d'Europa. In un terreno formato da dune sabbiose e circondato da conifere e betulle furono costruite 32 baracche d'abitazione per prigioniere, uffici per l'amministrazione, case per le SS ed una fabbrica della Ditta Siemens Werke di Berlino. Migliaia di donne lavorarono, soffrirono e persero la vita in questo campo e nelle vicine cave di sabbia. Anche a Ravensbruck furono condotti su vasta scala esperimenti medici di ogni genere. Il campo fu liberato il 30 aprile 1945 dall' Armata sovietica
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  • Le donne di RAVENSBRUCK Testimonianze di deportate politiche Italiane LIDIA BECCARIA ROLFI Sono nata a Mondov nel 25, in pieno regime fascista. Le prime parole che ho imparato a scrivere sono state EIA, EIA, EIA, ALALA, la prima lettura DUCE, TI AMO, il primo disegno la bandiera e il fascio littorio. Le maestre elementari sono sempre state ossequienti al regime costituito e fedeli esecutrici degli ordini e delle circolari ministeriali.Durante la guerra dAfrica, scoppiata pochi anni dopo, abbiamo tenuto in classe un diario giornaliero delle avanzate delle gloriose truppe italiane, abbiamo imparato a cantare faccetta nera, Le carovane del Tigrai e Adua, abbiamo odiato il Negus e ci siamo convinte che era giusto conquistare la terra dei barbari abissini per levare lonta di Macall e fondare l impero. Ho convinto mio padre e mia madre a donare tutto il rame alla patria, anche il pentolame del bucato, ma non sono riuscita a convincere mia madre a cedere la sua vera. Mi sono sentita piccola italiana di serie B, con una madre insensibile ai richiami della Patria nellora del bisogno. A mia madre la patria interessava poco e niente. La patria - diceva - casa mia; a me nessuno d niente e io la mia vera non la do a nessuno. La patria per lei significava solo guerra, privazioni, paura. Mio padre era partito nel 15, lasciandola a casa con due figli, la maggiore di ventidue mesi e il secondo di nove, con molti debiti e tanto lavoro. Altri figli arrivarono, in tutto cinque, ma mia madre non era assolutamente fiera di fare parte delle famiglie numerose benedette dal Duce. Ha sempre rifiutato la tessera di massaia rurale: la tessera costava e non rendeva. Pap e mamma decidono di farmi studiare perch sono lultima della famiglia e a scuola riesco. E intelligente, sostiene la maestra, e pu diventare maestra. Avere una figlia maestra la loro massima aspirazione.
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  • Le prime avvisaglie di persecuzione razziale, cominciano a scuola con azioni che sembrano stupide persino a me, che pure sono imbevuta di educazione fascista fino alla punta dei capelli. Linsegnante di lettere ci obbliga a strappare le pagine dellantologia che riportano scritti di autori ebrei e ci impone di comprare un atlante geografico nuovo in sostituzione del de Agostani di Pennesi e Almagi, perch questultimo autore ebreo. LEuropa in fiamme, seguiamo gli avvenimenti da scuola ed esultiamo alle vittorie di Hitler e di Mussolini. La guerra continua e rivela il suo volto. Ora la guerra, anche se lontana, incomincia a piacermi sempre di meno; capisco che un grande pericolo per chi va e una grande fregatura per chi resta. Ho appena sedici anni, ho ancora tante idee confuse, ma i fatti mi portano a riflettere. Gli entusiasmi patriottardi di tre anni prima sono caduti da tempo. Le mie reazioni anche se sono nella direzione giusta, sono soltanto reazioni istintive alla tragedia della guerra, alle sofferenze che vedo attorno a me, alle morti che hanno colpito i soldati al fronte e i civili in citt. Non c ancora presa di coscienza sulla realt della situazione italiana e sul fascismo. Questa presa di coscienza verr molto pi tardi. Ricevo la prima nomina come insegnante elementare e sento parlare del campo di concentramento per ebrei. La notizia mi sconvolge. Nei quindici giorni successivi conosco alcune persone che avranno un peso determinante nella scelta che far. Incomincio a collaborare con loro. Divento la loro staffetta, imparo a montare bombe a mano, che preparo la sera a lume di una lanternino a petrolio, affronto il primo rastrellamento nel dicembre ( i tedeschi arrivano con pochi mezzi fino a Casteldelfino) con una cassa di bombe sotto il letto. Trascorro linverno in valle, facendo la spola a volte in bicicletta, pi spesso a piedi o in corriera, fra la valle e Saluzzo.
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  • Affronto rischi, pericoli, posti di blocco e spie con la beata incoscienza dei diciotto anni, spesso ascolto Medici parlare, raccontare a noi che siamo pi giovani e che lascoltiamo increduli, la vera storia della rivoluzione bolscevica, della guerra di Abissinia, della guerra di Spagna e della responsabilit del fascismo. Seguo perplessa i suoi discorsi: a volte stento a capire. Le argomentazioni contro i tedeschi mi convincono di pi: le ho gi sentite sei mesi prima quando i reduci sono tornati dalla Russia e hanno raccontato, Dalla pianura arrivano giorno per giorno notizie di rappresaglie e morti: ho visto Cerreto bruciare un mattino, arrivando da Como. Alla fine di marzo quando gi le formazioni partigiane hanno raggiunto una certa forza e si stanno organizzando, quando in valle ha fato la sua comparsa Ezio e il movimento si sta estendendo con azioni quasi quotidiane in pianura, i tedeschi e i fascisti iniziano il rastrellamento a tappeto della valle. Vedo i primi morti, due soldati meridionali sbandati, uccisi come cani a Venasca, vedo i partigiani fucilati a Melle. Ezio mi ordina di andarmene dalla valle che pullula di spie. Torno a casa e rientro, come eravamo intesi, dopo una decina di giorni, quando ormai i tedeschi se ne sono andati e in valle non sono rimasti che pochi presidi della Gnr ( Guardia nazionale repubblicana). Rientro l11 sera, verso le 8 un partigiano giovane bussa alla mia porta, si ferma una mezzora per avere notizie e rifocillarsi, e riprende la marcia per raggiungere la valle Maira; due ore dopo altri 4 partigiani venuti a conoscenza del mio rientro mi raggiungono entrano a mangiar un boccone e ripartono anche loro per la valle Maira. Il mattino dopo alle sei quattro militi della Gnr mi svegliano, perquisiscono la mia camera, buttano allaria tutto, rovistano, urlano poi mi trasferiscono a piedi con le mani legate, allalbergo dellAngelo dove ha sede il comando. Mi interrogano per un giorno e una notte, mi torturano, cercano di spaventarmi con minacce di morte, mi fanno sfilare davanti il plotone di esecuzione, il comandante, il tenente Vicentini di Mantova, assume in proprio lonore e lonere di picchiare a sangue unindegna spia del nemico che collabora con banditi ribelli, poi mi lega a una sedia e il mattino dopo mi fa caricare, legata come un salame, su una camionetta.
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  • Mi portano a Cuneo, prima dal prefetto, poi in carcere, e il giorno seguente per ordine del prefetto che ne ha dato lincarico al tenete col, sono consegnata nelle mani della Gestapo che mi trasferisce a Saluzzo nelle carceri giudiziarie. Per gli interrogatori vengo condotta in una villa isolata alla periferia della citt: la Gestapo mi interroga per due giorni, poi si disinteressa di me.. Rimango in carcere dieci giorni in una cella enorme con detenute colpevoli di reati comuni. Infine mi trasferiscono il 24 sera, alle carceri nuove di Torino. Il giorno successivo subisco lultimo interrogatorio firmo un verbale scritto in tedesco e tradotto da uninterprete in cui continuo a negare ogni addebito. Mi comunicano che sono condannata a morte, poi mi riportano in cella e non si occupano pi di me. Rimango alle Nuove per circa tre mesi. I mesi di carcere sono ossessivi a noi del braccio tedesco proibito ricevere pacchi. Lalimentazione scarsa e la minestra immangiabile. Lo spazio insufficiente per due persone occupato da quattro, linerzia, linattivit sono intollerabili. Solo di tanto in tanto la scopina riesce a passarci in cella il giornale e apprendiamo cos le notizie di Roma e dello sbarco in Normandia. Ma ogni contatto con le prigioniere delle altre celle formalmente proibito. Le uniche possibilit di comunicazione le abbiamo durante i bombardamenti quando ci trasferiscono tutte insieme nel rifugio. Siamo anche spaventate, temiamo rappresaglie e fucilazioni improvvise; non sappiamo che, essendo in mano tedesca, difficilmente saremo fucilate. La Germania ha bisogno di braccia per lavorare. La notte tra il 25 e il 26 giugno i tedeschi prelevano me e altre tredici detenute delle celle e ci accompagnano allo studio di suor Giuseppina, la madre superiore. E lei stessa che ci comunica con le lacr