Fabio Franzin - Inediti

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Fabio Franzin - Inediti

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    DIT

    I

    Fabio

    Franzin

  • Titolo: Fabio Franzin - Inediti

    Testi di: Fabio Franzin

    Fonti: Figure daa riserva, inediti

    A cura di Luigi Bosco

    Il presente documento non un prodotto editoriale ed da intendersi a scopo illustrativo e senza fini di lucro. Tutti i diritti riservati allautore.

    Poesia2.0

  • Fabio Franzin

    Figure daa riserva

    (Figure dalla riserva)

    Nel dialetto Veneto-Trevigiano dellOpitergino-Mottense

  • Nota storico-linguistica e linguistico-ortografica Il dialetto in cui scritto questo testo quello parlato nellOpitergino-Mottense, variante del dialetto Veneto-Trevigiano e si individua geograficamente nella zona compresa fra i comuni di Oderzo (lantica Opitergium) e Motta di Livenza e si estende fra le acque dei fiumi Livenza e Monticano, nel Trevigiano sud-orientale; confina, (a una manciata di chilometri) a Nord-Est con la Provincia di Pordenone, e quindi con la regione Friuli Venezia-Giulia, e ad Est con la provincia di Venezia. Nella stesura dello stesso, lautore tiene conto delle regole dellalfabeto fonetico per ci che concerne la sua lettura, dicitura, anche se in maniera del tutto personale. Il purista o lo studioso dei dialetti veneti non cerchi fra queste pagine materia per uno studio, per un dizionario; oppure le cerchi, se vuole, sapendo per che la perfezione etno-linguistica non lobiettivo di chi le ha scritte, ma, casomai, un po come in tutti i neodialettali, una materia su cui lavorare, una lingua da piegare, quando occorra, ai fini del ritmo, della musicalit; concedendosi, cio, non poche, ma neanche troppe, consce, licenze: nel caso che un termine arcaico, per esempio, o in disuso, o parlato appena oltre i confini succitati suonasse meglio allautore di quello corrente, egli si sentito assolutamente libero di usarlo a suo piacimento. Carattere variantivo appariscente di questo dialetto la caduta della vocale finale (pan, dunque, non pane). Ma altre sue differenze si colgono nelluso della zh (spagnoleggiante) in luogo (ma non solo) della c doppia e della doppia s del dialetto veneto-trevigiano, e cittadino (es: stracci = strassi/e nel Veneto-trevigiano = strzhe nellopitergino-mottense).

  • O ancora, nel cambio frequente di genere rispetto alla lingua italiana che il dialetto veneto-trevigiano ancora conserva (es: forchetta (femminile) = pirn (maschile); ramo (m.) = rama (f.). Altra particolarit: utilizza volgarizzazioni della lingua francese (trovatori) e, dopo le guerre, del tedesco. un dialetto pastoso e terragno, dalle ampie legature vocali, che, pur con alcune varianti, trova il suo pi insigne predecessore in Romano Pascutto.

    * Il dialetto quello, Veneto, che, ancora e ampiamente, si parla nellesigua pianura compresa fra i fiumi Livenza e Monticano, nella sinistra Piave. Lortografia, per ci che concerne i segni fonetici, consimile a quella in uso nella lingua italiana. Gli accenti acuto e grave sono stati segnati sulla e e sulla o di quei vocaboli che, per ragioni etimologiche o di trascrizione fonetica, risultino diversi in italiano, oppure presentino una differente pronuncia delle vocali stesse. In relazione ai casi di troncamento, cos naturali nel Veneto Nord-Orientale, si fatto ricorso allaccentazione dellultima vocale ove fosse indispensabile. Luso della doppia s allinizio di alcuni vocaboli, rafforzativo, da intendersi nella pronuncia s sibilante sonora. La j compare, perlopi, nei nessi italiani come ge, gi, ghi ad inizio parola, e di gli allinterno delle parole e seguiti da vocale. Va pronunciata come una i prolungata. Si tratta della i semiconsonante. Il nesso s.c designa lincontro di s consonante sibilante sorda, con // affricata sorda alveopalatale, separato dal punto per differenziarlo dalla pronuncia

  • fricativa sonora alveopalatale, trascritta in italiano con sc di scena. La fricativa sorda interdentale resa con zh. La fricativa sonora interdentale resa con dh. La l produce aferesi sia nellarticolo determinativo, che nel pronome al. Es: ove compare l, da intendere come contrazione del Veneziano el xe (egli, esso ).

  • Tii nostri ortesi sparsi drio e strade, drio zhise sempre p fisse, o ringhiere coe ponte, tee nostre pre culierte de verze e radci, de meanzhne e pomidri i spaventapasseri, da un tc, i deventdhi i scartzhi lustri e coeordhi dei vvi de pasqua, o ncora manco, strisste arzentdhe tacdhe a un bacht: carte che slusa al sol, che l vent sgorla via a mimr ctoe de tose pronte paa discoteca? O laser persi da un disco voente? E ghe cascari davro i oseti, i croti, ciapari paura de chea figura stranba, e lidhira, squasi bandiera del tenpo che l cav via ln anca dai orti, che lo mudh te un pal visto de lustrini e buse?

  • Nei nostri orticelli sparsi / lungo le strade, oltre siepi / sempre pi fitte, o ringhiere // appuntite, nelle nostre umili / aiuole di verze e radicchio, / di melanzane e pomodori // gli spaventapasseri, da un po, / sono mutati nellinvolucro / lucido e colorato delle uova // pasquali, o ancora meno, / striscioline argentate appese / a un bastone: carte che luccicano // al sole, che il vento svolge / a mimare gonne di ragazze / pronte per la discoteca? // O laser persi da un disco / volante? Davvero / gabbati da quel trucco gli uccelli, le cornacchie, // avranno timore di quella figura / strana, e leggera, quasi / bandiera del tempo che pure / dagli orti ha tolto luomo, / che lo ha mutato in una misera pertica / vestita di lustrini e menzogne?

  • E chii canci grandi che se trova, qua e l, fra e nostre senpre p triste canpagne coi s pistri grossi, leoni o zhesti de fruta rosegdhi dal tenpo in zhima, in banda al sfalto, pena voltra a na strenta scuna; serdhi co un lucht, na cadhna rudhene nissna passdha p che porte fin l, che da l a continue, ma sol che canpi a pustca, pance. Canci serdhi su te un pass de tre e castaldi, de barchine, e ci e canti, e fadhga canci grandi, l, come monumenti desmentegdhi che nissn vrdhe p, che nissn p lo varda l verdo.

  • E quei cancelli imponenti / che si scorgono, qua e l, / fra le nostre sempre / pi esigue campagne // con i loro tozzi pilastri / leoni o canestri di frutta / erosi dal tempo / in cima, a lato // dellasfalto, appena oltre / un fosso striminzito; / chiusi con un lucchetto, / una catena arrugginiti // pi nessun carriaggio / che conduca fin l, che / da l prosegua, ma / solo campi incolti, // mais. Cancelli chiusi / su un passato di terre / e fattori, di calessi, / e calli e canti, e fatica // cancelli imponenti, l, come / monumenti dimenticati / che nessuno apre pi, che / nessuno pi la nota la natura.

  • L stat l, l ndo che novare mai pens: fra l via vai trafeg de machine e de cam te na rotonda pena vrta tea provincie, l stat l che coa coda de lcio vist chel gal tut intrinc tee zhate sora l gardril, l, co a s ba gresta rossa verso l disco del sol che se leva drio i scatoeni grisi del centro comercie (el cul volt aa canpagna); l, a sgoerse pa svejir col s vcio chichirich un mondo pi vcio ncora e strac, romi. Ciao, caro gal, el t cantr se perde drio a strada come un ado de arcadie e verit, come un Dio che prove a ciamr indro un domn senza rece.

  • stato l, l dove / mai avrei immaginato: / fra il traffico incessante / di auto e camion // in una rotonda da poco / inaugurata sulla provinciale, / stato l che con la coda / dellocchio ho scorto quel gallo // ritto sulle zampe / in bilico sul guardrail, l, con / la sua bella cresta scarlatta / puntata verso il disco del sole che // sorgeva oltre i cubici e grigiastri / edifici dellIpercoop / (col culo voltato alla campagna); / l, a sgolarsi per destare // col suo antico chicchirio / un mondo pi vecchio ancora / e gi sfinito. Ciao, caro / gallo, il tuo canto si perde // lungo la strada come un addio / di arcadie e verit, come / un Dio che cerchi di chiamare / indietro un futuro sordo ormai a tutto.

  • fat tre volte el giro de chea rotonda (i da verme anca ciap par semo quei fermi, l, a doverme dar continuamente a precedenza) parch no cpita tuti i zorni de vder, pena drio a strada, chel spetcoeo cav via da sto tenpo urt da aciio e realt virtui: che l, tel fondo de un canp strangoe fra fabriche e sfalto, tel canp bianco de brsa ira chii d pitni che sbarufa: vrte e e, alti tee zhte pontdhe tea tra jazha, i ci nudi deventdhi toe de carne a bterse contro, coa s mazha sgionfa de sbrboe rosse come l sangue e de bchi tre volte fat el giro de chea rotonda. Po son ndat vanti (ira tardi, romi, tardi pat tut, come senpre). Li tigndhi de cio fin che l spect li vea drento, chii d antichi gueriri fin che te chel schermo l torn el sito film de sfalto e machine, fro e cimento, carti, capanni

  • Tre volte ho fatto il giro di quella / rotonda (debbono avermi anche / preso per idiota quelli fermi, l, / a dovermi dare pi volte / la precedenza) perch non capita / tutti i giorni de vedere, appena oltre / il ciglio della strada, tale spettacolo / estratto da questo tempo spinto fra acciaio / e realt virtuali: che l, nel margine / di un campo strangolato fra fabbriche / e asfalto, in quel campo bianco di brina // cerano quei due tacchini che lottavano: / spiegate le ali, ritti sulle zampe conficcate / nella terra ghiaccia, i colli nudi mutati / in pali di carne a menarsi contro, / con la mazza gonfia di bargigli / scarlatti come sangue, e becchi // tre volte ho fatto il giro di quella / rotonda. Poi ho proseguito / (era tardi, ormai, tardi per ogni cosa, / come sempre). Li ho seguiti / con lo sguardo finch lo specchietto li / contenne, quei due antichi guerrieri // finch in quel piccolo schermo non riapparso / il solito film di asfalto e auto, / ferro e cemento